Principessa Mononoke è tornato. Non come ricordo nostalgico su uno schermo di casa, ma in sala, nelle sue vere dimensioni, con un doppiaggio fresco di stampa. E questo conta, perché il film di Hayao Miyazaki del 1997 è una creatura che ha bisogno dello spazio grande per respirare, del suono che ti colpisce al petto, della massiccia presenza visiva che il cinema può offrire.
Per chi non lo ricordasse, Principessa Mononoke fu il film che sfidò Titanic al box office giapponese e mondiale. Non è una frase di circostanza: quando uscì, era un evento raro, quasi anomalo, vedere un’opera d’animazione competere alla pari con i giganti di Hollywood su schermi e incassi. Ma Miyazaki non stava giocando a fare il piacevole, non stava cercando la simpatia. Aveva una spada, metaforicamente, e intendeva usarla.
Il film più crudo dello Studio Ghibli
Ecco il primo punto che spesso viene sottovalutato: Principessa Mononoke non è il Ghibli tenero che conosciamo. Non c’è Totoro che fa tenerezza, non c’è Ponyo che nuota con innocenza. Questo è un film violento, filosofico, brutale nelle sue immagini e ancora di più nei suoi insegnamenti.
Miyazaki costruisce uno scontro senza eroi veri, senza buoni e cattivi facilmente distinguibili. Da un lato c’è San, la principessa allevata dai lupi, che difende la foresta. Dall’altro c’è la comunità umana guidata da Lady Eboshi, che cerca sviluppo e sopravvivenza attraverso lo sfruttamento della natura. Ashitaka, il nostro presunto eroe, si trova intrappolato nel mezzo, dilaniato dalla necessità di capire due verità opposte.
Questa complessità narrativa è quello che rende il film ancora oggi radicale. Non offre risposte semplici. La natura è bella ma anche spietata. L’uomo non è un virus da estirpare, ma nemmeno il signore del mondo. È un equilibrio impossibile, e Miyazaki lo sa bene.
Perché una rivisione in sala adesso
Il rilascio in sala, con doppiaggio nuovo, non è casuale. Principessa Mononoke ha bisogno di essere riscoperto, non come opera storica, ma come film ancora vitale, ancora capace di dire qualcosa sul nostro presente.
Abbiamo passato decenni a parlare di ecologia, sostenibilità, rapporto tra uomo e natura. Ma il film di Miyazaki non predicava, non moralizzava in maniera semplicistica. Mostrava il conflitto nel suo corpo vivo, pulsante, sanguinante. Mostrava che la modernità ha un prezzo, che la tradizione non è sempre innocente, che la foresta non è Disneyland ma un ecosistema complesso dove tutto il vivente compete per sopravvivere.
L’animazione rimane impeccabile: frame per frame, dettaglio su dettaglio, una maestria tecnica che Studio Ghibli aveva già raggiunto e che qui tocca il suo apice. Ma è la direzione artistica che stupisce ancora. Ogni inquadratura comunica tensione, movimento, introspezione.
Lo scontro culturale con l’Occidente
C’è un elemento politico nel film che val la pena ricordare. Nel ‘97, quando l’animazione giapponese stava iniziando a diffondersi in Occidente ma era ancora considerata cosa di nicchia, Miyazaki esce con un capolavoro che non sceglie la strada facile della spettacolarità americana. Usa la violenza con controllo, la filosofia con naturalezza, la bellezza con rigore.
Non è un film pensato per piacere universalmente. È un film pensato per dire qualcosa di vero, e se qualcuno non lo accetta, pazienza. È questa integrità che lo ha reso immortale.
Una visione ancora necessaria
Vedere Principessa Mononoke oggi, dopo anni di blockbuster animati in CGI, dopo film che scelgono la comodità narrativa rispetto alla complessità, è come respirare aria pulita. Ricorda che l’animazione può essere un mezzo per esplorare domande difficili, non solo per raccontare storie confortevoli.
Dalla sua uscita, nulla ha davvero superato questo film nel genere. Ci sono stati film importanti, bellissimi, ma pochi hanno avuto il coraggio di essere così scomodo, così ambiguo, così radicale.
Quindi sì, se lo trovate in sala dal 4 al 10 giugno, andate. Non è nostalgia. È cinema che continua ad avere qualcosa da dire.



