Negli ultimi giorni il cinema mondiale ha affrontato due questioni che sembrano lontane ma che convergono su un nodo cruciale: cosa significa essere artisti quando il mondo chiede di cancellare, ritrattare, censurare.
Da una parte c’è la morte di Marjane Satrapi, la regista e fumettista iraniana naturalizzata francese, scomparsa a soli cinquantasei anni poco più di un anno dopo la perdita del marito. Dall’altra, il ritiro da parte di Wim Wenders del suo film Falso movimento del 1975 per rispondere alle richieste di Nastassja Kinski, che all’epoca aveva tredici anni e interpretava scene di nudo senza consenso parentale. Nel mezzo, la decisione di Céline Sciamma di tagliare scene dai suoi film Tomboy e Girlhood dopo le accuse di appropriazione culturale.
Apparentamente non c’entra nulla. Eppure c’entra tutto.
Il cinema come testimonianza del cuore
Persepolis, il capolavoro di Satrapi del 2007, è la prova vivente che il cinema non racconta soltanto storie tecniche, logiche, risolvibili con un algoritmo. Racconta il cuore. La perdita del marito ha portato Satrapi a una scelta che nessuna intelligenza artificiale potrebbe mai comprendere: lasciarsi andare al dolore fino a non resistere più. Non c’è logica in questo. Non c’è ragione. Ma c’è tutta l’umanità che il cinema, quando è vero cinema, sa catturare.
Questo è quello che gli artisti fanno: raccontano ciò che la mente razionale non riesce a spiegare. Non parlano di ciò che sanno, ma di ciò che sentono. Michelangelo nella Cappella Sistina rappresenta l’incontro fra l’Uomo e Dio senza aver mai parlato direttamente con nessuno dei due. Eppure quell’opera resta una delle più potenti testimonianze dell’esperienza umana.
Il ritiro e la cancellazione
Ma ecco il punto dolente. Quando Wim Wenders decide di togliere Falso movimento dal mercato, quando Céline Sciamma taglia le sue opere, cosa sta succedendo realmente?
Wenders è un regista troppo esperto per non sapere che un’opera, una volta realizzata, non appartiene più al suo autore. È entrata nel mondo, nella memoria collettiva, negli occhi e nei ricordi degli spettatori. Cambiarla ora significa creare un’opera diversa, non l’originale. È come se Picasso, fossero ancora vivo, decidesse di ritoccare la Guernica: il quadro ritoccato non sarebbe più la Guernica che il mondo conosce.
C’è un elemento di verità nelle rivendicazioni di Nastassja Kinski: le scene di nudo sono state girate senza consenso, quando era una minore, e questo è inaccettabile. Ma togliere quelle immagini cancella il trauma? Lo guarisce? O semplicemente lo nasconde, come se non fosse mai successo? Non sarebbe stato più coerente, dopo oltre cinquant’anni, ricorrere alla giustizia per ottenere un risarcimento legale, piuttosto che chiedere la scomparsa dell’opera?
E quando Sciamma taglia i suoi film in risposta all’accusa di appropriazione culturale, ammette implicitamente che un artista non possa parlare di ciò che non conosce intimamente. Ma allora, che artista è? Gli artisti traducono ciò che li circonda attraverso la loro sensibilità personale. Non hanno bisogno di essere esperti: hanno bisogno di essere sinceri.
La resa al pifferaio
Ciò che accomuna questi episodi è una resa. Sia Wenders che Sciamma hanno ceduto a una pressione mediatica insopportabile. Hanno preferito conformarsi a ciò che la maggioranza ritiene giusto, preservando così le proprie posizioni e conquiste, piuttosto che resistere.
È il meccanismo descritto nella fiaba del Pifferaio di Hamelin: i topolini, affascinati dal suono, seguono ciecamente la melodia fino al baratro. Oggi il pifferaio non ha volto, non ha un nome. È la voce collettiva, l’odio mediatico, la cancel culture che travolge ogni resistenza razionale.
Ma se nemmeno gli artisti riescono a fermare questa corsa verso il baratro, se anche coloro che dovrebbero testimoniare la libertà e la complessità dell’esperienza umana si arrendono al conformismo, allora chi potrà salvarci dal suono del pifferaio che continua a ronzarci nelle orecchie?
Cosa rimane
La morte di Marjane Satrapi ci ricorda che il cinema serve a raccontare ciò che la razionalità non può spiegare. La scomparsa di un’artista che per tutta la vita ha combattuto per la libertà delle donne, in particolare quelle iraniane, dovrebbe insegnarci qualcosa sulla fragilità del cuore umano e sulla forza che il cinema ha nel preservare queste verità.
Al contempo, la cancellazione e il ritiro di opere filmiche rappresentano una vittoria del conformismo sulla creatività. Non è giusto quello che è successo durante le riprese di Falso movimento, ma neanche è giusto che l’opera scompaia come se non fosse mai esistita. Non è ingiusto che Sciamma abbia riflettuto sulle sue scelte artistiche, ma è preoccupante che ceda alla pressione piuttosto che difendere il diritto dell’artista a esplorare l’ignoto.
Il cinema, nei suoi momenti migliori, è uno spazio dove il cuore e la ragione si incontrano, si scontrano, si riconciliano. Quando arriviamo al punto in cui persino gli artisti accettano di cancellare le proprie testimonianze per quieto vivere, allora abbiamo veramente perso qualcosa di essenziale.


