Quando una serie è diventata il fenomeno globale che è stato Il Trono di Spade, è facile immaginare che tutti gli attori si siano trasformati in milionari dal primo episodio. Ma la realtà, come spesso accade, è più complicata e meno glamour di quello che leggi sui tabloid.
Emilia Clarke, che ha incarnato Daenerys Targaryen per otto stagioni, ha deciso di fare chiarezza una volta per tutte su una questione che le è stata addosso per anni: quei presunti cachet stratosferici che circolavano online. La risposta è stata diretta e anche un po’ ironica.
Il mito del super-salario
“Se le voci fossero vere, avrei almeno due Porsche”, ha dichiarato Clarke in una recente intervista. Probabilmente una battuta, ma che dice tutto. Nel corso degli anni è capitato che giornali e siti specializzati amplificassero o inventassero di sana pianta le cifre che il cast percepiva. In realtà, soprattutto negli anni iniziali della serie, anche i personaggi principali non guadagnavano cifre folli. Lo show è diventato un fenomeno globale? Sì. Gli attori sono diventati ricchi? Dipende. Clarke stessa ha spiegato che il vero guadagno è stato la sicurezza finanziaria, il cambiamento di vita, la possibilità di scegliere i progetti successivi. Non le due Porsche.
Ciò che il successo di Game of Thrones le ha permesso di fare è tranquillizzarsi economicamente quando era ancora giovane e lanciare una carriera che non doveva più dipendere dal prossimo ruolo disponibile. È un tipo di ricchezza diversa da quella dei numeri nei conti bancari, anche se ovviamente meno Instagram-friendly.
Niente libertà creativa sul set
Ma c’è un altro aspetto della sua esperienza su Il Trono di Spade che Clarke ha voluto sottolineare: la mancanza totale di libertà creativa. Sul set di una produzione HBO di quella portata, il copione era sacro. Non poteva cambiare una battuta, non poteva improvvisare, non poteva suggerire variazioni al dialogo. Quello che vedevi sulla pagina era quello che dovevi recitare, punto e basta.
È una realtà che spesso sfugge ai fan, che magari immaginano gli attori di una serie di successo come personaggi liberi di interpretare come meglio credono. Invece no. In una macchina produttiva così grande, con sceneggiatori, produttori esecutivi e una catena di comando ben definita, l’attore è un elemento importante ma pur sempre uno strumento nelle mani della regia e della scrittura. Clarke ha dovuto seguire alla lettera tutto quello che le era stato affidato, senza possibilità di negoziazione.
Questo spiega anche perché certi personaggi funzionavano e altri no, perché alcune scene riuscivano perfette e altre faticavano: non era solo una questione di bravura attoriale, ma anche di quanto rigida fosse la struttura intorno.
Il bilancio finale
Quando Clarke riflette su Il Trono di Spade oggi, lo fa con la prospettiva di chi ha vissuto un fenomeno culturale da dentro, non da fuori. Ha capito cosa significava essere parte di qualcosa di più grande di sé, ha visto come il successo di una serie modifica le dinamiche di potere tra attori e industria, e ha imparato che non sempre il denaro è il metro di misura dell’impatto di un’esperienza.
I rumors sui cachet stratosferici continueranno probabilmente a circolare ancora per anni. È lo sport nazionale dei fan, azzardare su quanto guadagnino gli attori famosi. Ma Clarke ha scelto di parlare chiaro: la ricchezza vera è stata quella di lavorare a uno show memorabile, di cambiare vita professionalmente e personalmente, e di acquisire una libertà di scelta che prima non aveva. Le Porsche avranno dovuto aspettare altri progetti.



