Quando una coppia aspetta un figlio, il cinema di solito racconta il dramma nel modo che conosciamo: paure comuni, gioie universali, una narrazione che rispecchia l’esperienza della maggior parte dello spettatore. Il silenzio degli altri di Eva Libertad fa un passo diverso. Non sceglie il punto di vista del figlio udente di genitori sordi, come era già stato fatto, ma quello della madre sorda che deve affrontare di colpo il mondo degli udenti proprio nel momento più vulnerabile della sua vita.
L’opera prima della regista spagnola arriva nelle sale italiane il 28 maggio distribuito da Lucky Red, e lo fa con un’eredità già molto pesante: Premio del Pubblico alla Berlinale, Premio Goya al Miglior Film e Miglior Opera Prima, riconoscimenti al Málaga Spanish Film Festival, al Seattle International Film Festival e al Bari International Film Festival. Non è il curriculum di un film piccolo o marginale. È il curriculum di qualcosa che ha già toccato il pubblico e i giurati, e che promette di continuare a farlo.
La questione che il cinema evita
Al centro c’è Ángela, interpretata da Miriam Garlo, una donna sorda che aspetta una figlia da Héctor (Álvaro Cervantes), un uomo udente. In superficie è una storia d’amore e famiglia. Ma Libertad scava più a fondo, in quei dettagli che la quotidianità degli udenti non tocca mai.
Pensa al momento in cui nasce la figlia: sarà sorda o udente? Il 50% di probabilità per entrambi gli esiti. Non è un quiz astratto. Ha conseguenze concrete, culturali, esistenziali. Significa scoprire settimane dopo il parto quali siano le fondamenta biologiche su cui poggia il rapporto tra madre e figlia. E poi c’è la reazione dei genitori udenti di Ángela, traumatizzati dall’idea che la loro figlia possa rivivere l’esperienza di crescere una bambina sorda. È la paura che non viene mai detta ad alta voce nei film mainstream, ma che è reale e distruttiva.
La vera frattura narrativa, però, è culturale. Non è semplicemente una questione medica o psicologica. È lo scontro inevitabile tra due mondi: quello degli udenti, che governa tutto (ospedali, scuole, strutture sociali), e quello dei sordi, un’enclave visuale dove il suono non è il codice di base. Héctor e Ángela si amano, ma abitano universi paralleli. Lui sente il ruscello che scorre, i passi sull’erba, il cinguettio degli uccelli. Lei no. Ha scelto di vivere in campagna proprio per sfuggire al caos acustico della città, dove tutto funziona secondo regole non scritte che solo gli udenti conoscono istintivamente.
Una volta diventata madre, quella scelta di isolamento relativo non è più possibile. Deve entrare negli ospedali, nelle scuole, nei gruppi di mamme. Deve negoziare costantemente la sua disabilità con persone che non sanno come gestirla e spesso non vogliono imparare. È qui che il film diventa davvero straziante: non nel parto (che Libertad filma comunque con un’intensità rara), ma nel momento in cui una madre comincia a dubitare di sé, a credere di non essere adatta a crescere sua figlia.
Un cinema di empatia, non di esotismo
Ciò che distingue Il silenzio degli altri da altri film sulla disabilità è che non sceglie la via dell’ispirazione narrativa. Non è un film che chiede allo spettatore di immedesimarsi per sentirsi moralmente elevato. È un film che costruisce una prospettiva e la mantiene saldamente fino alla fine, costringando noi udenti a sperimentare una frazione minuscola della frustrazione quotidiana che la sordità comporta.
L’opera è nata dall’esperienza personale di Libertad, e si sente. Non c’è distanza antropologica tra cineasta e soggetto. C’è invece una volontà di far capire il conflitto umano che genera una disabilità non quando è isolata, ma quando si scontra con una società intera che non sa come accoglierla.
Il film parla di una cosa che il cinema rifiuta spesso di dire: che il problema non è la disabilità in sé, ma la struttura sociale che non la prevede. Non è una lezione astratta. È una storia di una donna che ama sua figlia e che nonostante tutto dubita di poterlo fare bene. È l’universale che nasce dal particolare.
Cosa aspettarsi
Al cinema dal 28 maggio, Il silenzio degli altri arriva come uno dei film europei più acclamati degli ultimi due anni. Non è un film facile. Non è catartico nel senso tradizionale. È un film che ti costringe a stare a disagio perché racconta ciò che la maggior parte di noi non ha mai dovuto affrontare. Ed è per questo che merita di essere visto.



