Election Day di Giorgio Amato arriva al cinema con un’ambizione chiara: raccontare il nostro tempo attraverso lo specchio storto della farsa familiare. Il film dice subito cosa vuole da noi: “Votare è importante”. Non è la promessa di un’opera profonda sulla democrazia. È il grido di battaglia di un regista che ha scelto di affrontare scandali, divisioni e conflitti — tutto ciò che definisce la politica odierna — attraverso una famiglia in guerra con se stessa e il sistema che la circonda. Amato non è un esordiente: ha alle spalle una carriera solida nel cinema italiano, e qui dimostra di sapere esattamente con quale linguaggio vuole parlarci. Non sceglie il tono del dramma civile pesante, né quello della commedia leggera che ti fa dimenticare cosa hai visto appena esci dalla sala. Sceglie una terza via: quella della farsa intelligente, dove la risata non esclude la consapevolezza di quello che stiamo ridendo.
Questo è il punto di partenza geniale e anche il punto di fragilità più evidente: Amato non sceglie tra la farsa comica e il dramma politico. Li mette insieme e spera che l’uno innalzi l’altro. La squadra di attori raccolta attorno ad Angela Finocchiaro — con Cristiana Capotondi, Giorgio Tirabassi e Antonio Gerardi a completare la configurazione — ha la solidità giusta per portare avanti una satira che non banalizza. Finocchiaro in particolare incarna il ruolo di protagonista con credibilità: non è una caricatura, è una donna reale in un mondo che sta impazzendo. Il suo personaggio si trova al centro di una saga familiare dove ogni membro rappresenta una posizione politica diversa, e invece di renderla una marionetta ideologica, Finocchiaro le dà profondità emotiva. Quando scopriamo — in una scena che è il cuore del film — che il suo impegno politico viene da un luogo personale, non da una posizione precostituita, il film trova la sua migliore temperatura. Tirabassi, dal canto suo, gioca con l’assurdità senza mai cedere completamente alla caricatura: è un politico corrotto, certo, ma è anche un padre che sta perdendo il controllo, e quella tensione è quello che lo salva dalla piattezza.
La satira politica è il terreno dove Amato sceglie di muoversi, e non è una novità per il cinema italiano. La farsa come strumento di critica sociale è una tradizione che risale lontano — basta pensare a Ferreri con Demolizione finale, o più recentemente ai lavori di Paolo Sorrentino quando dipinge gli scandali della classe dirigente. Ma oggi, quando la realtà politica è già sufficientemente farsesca di suo, il regista deve decidere se diventare ancora più assurdo della realtà oppure se usare l’assurdo come lente d’ingrandimento per cogliere i paradossi che non vediamo. Election Day tenta il secondo percorso con consapevolezza: gli scandali e i conflitti attuali non hanno bisogno di molta fantasia per sembrare ridicoli, e Amato lo sa. Non inventa situazioni impossibili. Prende il materiale della politica contemporanea e lo spruzza di quella leggera distorsione che fa emergere quello che c’è già, ma nascosto sotto il velo dell’abitudine.
C’è una scena che merita di essere discussa: attorno al tavolo della cena di famiglia, tutti cercano di convincere Finocchiaro a votare per il candidato «giusto», e ogni membro della famiglia ha una ragione diversa, ideologica o meschina. Il dialogo accelera, le voci si alzano, e d’improvviso quello che era un dibattito civile diventa una rissa domestica dove ogni argomento politico si rivela essere una versione sofisticata di un rancore personale. Non è inventato male. È la fotografia esatta di come la politica funziona nelle famiglie italiane, dove le ideologie sono spesso maschere per conflitti più vecchi e più profondi. Amato la dirige con ritmo perfetto: la macchina da presa non scappa, rimane al tavolo, forza lo spettatore a stare nel disagio della scena senza concessioni a montaggio veloce o musica che distrae.
Il problema è che il film non sempre sa a che profondità scavare. La comicità è necessaria — il pubblico va al cinema per divertirsi, e una farsa che non fa ridere fallisce il suo primo obiettivo — ma quando Amato tenta gli scatti riflessivi, quando prova a piantare una domanda seria in mezzo alla risata, il film perde coesione. Nella terza atto, in particolare, la trama si aggroviglia: ci sono rivelazioni su chi sta facendo cosa politicamente, tradimenti familiari che dovrebbero avere peso, e invece il film li attraversa con fretta, come se volesse tornare al divertimento e avesse fretta di concludere. Non è che i due registri non possano convivere — la storia della commedia insegna che è possibile, e grandi registi l’hanno fatto. Ma richiede un equilibrio chirurgico. Qui il film talvolta scivola verso la superficialità ideologica, come se la consapevolezza di affrontare “la conflittualità in cui ci troviamo” bastasse da sola a giustificare il discorso. Quando Finocchiaro arriva al seggio per votare — la scena che dovrebbe essere il culmine emotivo e civile del film — il momento passa quasi inavvertito. Non è male, è solo che non ha il peso che dovrebbe avere.
C’è un’altra scena che funziona bene: quando uno scandalo che riguarda il candidato preferito di un membro della famiglia viene rivelato, invece di reagire con indignazione, la reazione è un’onda di rassegnazione. “Ormai”, dice qualcuno. “Che importa”. È il momento dove il film tocca qualcosa di vero su come la politica ha corroso la nostra capacità di sorprendenza. Non è una risata alta, è una risata amara, e per qualche minuto il film sa gestire bene quella tonalità grigia dove la commedia e la riflessione si toccano senza cozzare.
Ciò detto, il film non è maluccio. Ha lo scheletro giusto, il cast che sa reggere il peso dei due registri, e soprattutto ha la lealtà verso lo spettatore di non prenderlo per un idiota. Non presume che basti la parodia della realtà politica per fare satira. Cerca di costruire qualcosa di più consapevole, anche quando fallisce nel farlo completamente. È il genere di film che molti apprezzeranno perché tocca un nervo vero — la stanchezza nei confronti della politica italiana, la sensazione che il sistema sia corrotto oltre la riparazione, ma che bisogna comunque partecipare — anche se pochi lo ricorderanno come un capolavoro di satira politica. Ha l’onestà di chi non finge di avere risposte. Fa quello che può con gli strumenti che ha.
Tirando le somme: Election Day è un film che sa quello che vuole fare e fa tutto il possibile per farlo bene, con un cast competente e un regista che non ha paura di mettere insieme il ridicolo e la riflessione. Non riesce sempre a farli dialogare come dovrebbe, e il risultato finale è più un divertimento consapevole che un’opera di critica tagliente. Ma è un divertimento onesto, fatto da gente che crede ancora che il cinema possa parlare di politica senza rinunciare a far ridere, senza rinunciare a raccontare di famiglie che si amano e si odiano allo stesso tempo. Per una serata di commedia italiana che non ti sentirai idiota a guardare, che anzi ti farà tornare a casa pensieroso su cose che preferiresti non pensare, è una scelta non malaccorta. Election Day è al cinema adesso: se cerchi satira contemporanea che non si prenda troppo sul serio ma che neanche ti prenda in giro, sai dove trovarmi.



