Quando uscì il primo Toy Story nel 1995, nessuno avrebbe previsto che trent’anni dopo saremmo ancora qui a parlare di Woody e Buzz. La Pixar però non ha mai fatto sequel per inerzia commerciale — ogni capitolo ha sempre spostato qualcosa, ha sempre interrogato il senso di stare insieme. Toy Story 5, in uscita al cinema dal 18 giugno, continua questa tradizione con una mossa che è semplice e profonda allo stesso tempo: invece di negare che il mondo è cambiato, lo racconta. E lo fa con una consapevolezza che trasforma quello che potrebbe essere il solito capitolo successivo in qualcosa di genuinamente necessario.
Un film che parla a due generazioni
Il film sa benissimo chi è il suo pubblico adesso. Non sono i bambini puri e semplici — quelli che giocavano con i Lego negli anni Novanta oggi hanno figli, e il film fa di questa consapevolezza il suo punto di forza narrativo. Woody, interpretato ancora una volta da Tom Hanks con quella tonalità di stanchezza benevola che lo contraddistingue ormai da anni, non è relegato al ruolo di reliquia nostalgica. È il testimone di un cambiamento reale: l’infanzia non è più quella. I bambini hanno schermi, smartphone, esperienze diverse. E il film non manda il messaggio “i giocattoli sono migliori” — manderebbe un messaggio di rifiuto della realtà. Invece chiede: cosa rimane importante quando tutto il resto cambia?
Buzz Lightyear, ancora voce di Tim Allen, rimane il contropeso perfetto — l’ottimista ingenuo che non riesce a capire perché il mondo non sia entusiasta di lui quanto lo era una volta. Ma il vero cuore del film arriva quando i personaggi nuovi si inseriscono in questa dinamica. La Pixar ha sempre avuto il dono di far funzionare i nuovi elementi senza che sembrino intrusioni: qui il meccanismo non è diverso, ma c’è una consapevolezza aggiunta. Ogni nuovo giocattolo è anche una metafora di come la realtà stessa si è trasformata. Non è accidentale — è calcolato con precisione chirurgica.
Questa è la vera intelligenza di Toy Story 5. Non è un film che guarda al passato con angoscia. È un film che guarda al presente con gli occhi di chi sa che il presente è diverso da quello che ricordava. E lo fa con grazia, il che significa: non diventa una predica, non diventa un documento sociologico puro. Rimane un film di avventure, di umorismo, di momenti che funzionano sia per il bambino che per l’adulto. Ma quello strato in più c’è, e non è invisibile — è il respiro del film, la tonalità che sottende ogni scena.
La consapevolezza di Pixar: come il tempo passa
La Pixar ha sempre avuto questa capacità: raccontare il tempo che passa senza sentimentalismo falso. Ricordate il primo minuto di Up? O il finale di Toy Story 3, che è una diretta conversazione sulla crescita e la perdita? Toy Story 5 non ha quella densità concentrata — non potrebbe, è un’avventura vera — ma ha la stessa consapevolezza metabolizzata diversamente. Il film sa che stai guardando con gli occhi di chi ha già amato questi personaggi per tre decadi. E lo sa anche che per la prima volta li stai portando a passeggio con i tuoi figli.
C’è una scena nel secondo atto dove Woody si ritrova a spiegare a un nuovo giocattolo cosa significhi “restare con qualcuno”. Non è una scena didattica. È una scena dove un personaggio che abbiamo visto nascere e crescere (narrativamente parlando) adesso trasferisce una saggezza che non aveva quando il primo film iniziò. Questo è cinema maturo, anche se parla a sei anni. Perché il film sa che chi sta guardando potrebbe avere quaranta anni, e sa che quella conversazione arriverà dritta al tuo stomaco — non come nostalgia sfondona, ma come riconoscimento di qualcosa che è davvero accaduto nel tempo reale tra te e questi personaggi.
Un’altra sequenza forte: verso la fine, c’è un momento dove i giocattoli si vedono riflessi in uno schermo (un tablet, uno smartphone — la tecnologia che i loro proprietari preferiscono). Non è una scena dove il film dice “tecnologia male”. È una scena dove il film mostra il loro posto nel nuovo ordine delle cose, e la loro capacità di trovare significato nonostante questo spostamento. È meravigliamente equilibrato — non sentimentale, non severo. Solo vero.
La struttura narrativa e il funzionamento puro
Sul piano puramente narrativo, il film riesce a divertire mantenendo questa profondità. Le scene di azione — e ce ne sono diverse, sempre ben costruite — funzionano con la sicurezza di una regia che sa quello che fa. I personaggi nuovi si integrano naturalmente nell’universo (cosa che non sempre succede nei sequel, e che è un indicatore di qualità narrativa non banale). C’è spazio per battute che faranno ridere il sedicenne quanto il quarantenne — solo per motivi diversi, il che è esattamente quello che vuoi da un film di questa portata.
Director Josh Cooley ha ereditato una saga complessa, con una fan base gelosamente affezionata. La scelta che ha fatto è stata quella di non combattere questa lealtà, ma di giocarci dentro. Non è facile come scelta — è facile fare un film che tradisce l’eredità cercando di essere radicale, è facile fare un film che la celebra passivamente. Questo film fa la cosa più difficile: la onora attraverso il cambiamento, non nonostante il cambiamento.
C’è una terza sequenza che vale la pena menzionare: il climax vero e proprio (evito spoiler, ma chiunque conosca i Toy Story sa che i climax di questi film hanno una loro geometria). Qui il film fa il passo più coraggioso: non è uno scherzo di tensione, non è adrenalina pura. È il riconoscimento che questi giocattoli hanno una storia comune lunga decenni, e che questa storia ha peso. Non è scontato che un film commerciale faccia questa scelta. Ma è la scelta che un grande film fa.
Dove inizia a incespicare
L’unica cosa che inizia a farsi sentire, onestamente, è la struttura narrativa della saga stessa. Tutti i Toy Story, dal secondo in poi, hanno una meccanica di conflitto e risoluzione che dopo cinque capitoli inizia a sentirsi un po’ circolare. Non è un difetto grave — il film funziona comunque bene, la regia sa gestire il ritmo, le battute piacciono — ma è la sensazione di chi conosce la formula intimamente. Sai che arriverà il momento dove tutto sembra perduto. Sai che i giocattoli dovranno lavorare insieme in un modo che sembrerà impossibile. Sai come finisce il climax anche se non sai i dettagli specifici. Per un bambino è ancora nuovo, ancora carico di suspense. Per chi ha visto tutti e cinque i film è più una carezza ritmica piuttosto che uno scossone narrativo inaspettato.
Non voglio sopravvalutare questo punto: il film funziona lo stesso, anche con questa prevedibilità strutturale. È come ascoltare un’ottava di un tema che già conosci perfettamente — il piacere non viene dalla sorpresa, viene dalla capacità dell’interprete di trovare sfumature nuove dentro una forma che conosci. Toy Story 5 lo fa. Ma è un limite che esiste, e che per la prima volta in questa saga si sente in modo tangibile.
Conclusione: il film che la saga meritava
Tirando le somme: Toy Story 5 è il capitolo che la saga meritava. Non è un tentativo di prolungare a forza una storia finita. È il riconoscimento che la storia non finisce mai, che i giocattoli restano giocattoli anche quando non li tocchiamo più, che gli amici rimangono amici anche quando li vediamo meno spesso. È il film per chi ricorda il 1995 e per chi è nato nel 2020. Genitori e figli nello stesso cinema, e il film sa perché sono lì entrambi — e sa come parlargli insieme senza condiscendenza verso nessuno dei due.
Non è un capolavoro nel senso assoluto della parola. Non ha la struttura perfetta del primo, la maturità emotiva del terzo, l’audacia narrativa che potrebbe avere se la saga non fosse già così radicata nella formula. Ma è qualcosa di raro: è un film che comprende il suo ruolo nella cultura pop e lo esercita con dignità. Vale la pena andarlo a vedere, al cinema, con chi vuoi. Magari proprio per capire perché dopo trent’anni questi giocattoli significano ancora qualcosa.
Toy Story 5 è al cinema dal 18 giugno 2026. Se sei in Italia e non puoi andare in sala, il film arriverà su Disney+ a partire dai mesi successivi (le date precise verranno comunicate più avanti, ma è prassi Pixar/Disney).



