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"Il regno di Kensuke" — Recensione

Recensione

"Il regno di Kensuke" — Recensione

4.0 su 5
2026 1h 24m AnimazioneAvventuraDramma

Un film di poche parole e molti gesti: l'adattamento animato del capolavoro di Morpurgo racconta l'incontro tra due solitudini con una grazia che parla ai bambini e commuove gli adulti. Survival story che non dimentica la memoria.

di Alessio Valtolina ·

C’è un momento nel film in cui Kensuke, il misterioso uomo giapponese rifugiato sull’isola dal secondo dopoguerra, mette una mano sulla spalla del ragazzo naufragato Michael e non dice nulla. I due hanno imparato a comprendersi senza le parole — e il film capisce che in questa semplicità sta la forza di tutta la storia. Il regno di Kensuke, diretto da Neil Boyle e Kirk Hendry per lo studio britannico Lupus Film, è un adattamento animato del romanzo di Michael Morpurgo che prende sul serio l’idea di fare cinema per famiglie senza infantilizzare chi lo guarda.

La sceneggiatura di Frank Cottrell-Boyce (lo stesso che ha lavorato con Danny Boyle a Millions, dove l’isola mentale era il tema centrale) non tradisce il testo originale, ma lo traduce in immagini. Un ragazzino in crisi di identità finisce naufragato su un’isola remota nel Pacifico, e lì scopre di non essere solo. Kensuke è un uomo di settant’anni che si era ritirato da un mondo che non lo capiva più, dopo aver sperimentato gli orrori della guerra. Quello che potrebbe essere un plot di sopravvivenza da manuale — due solitudini che si incontrano — diventa occasione per parlare di essenzialità, solidarietà, memoria e responsabilità. Non è scontato, in un mercato dove il tema dell’«incontrare il diverso» è stato smontato e rimontato migliaia di volte da Flow a Il robot selvaggio. Qui però il cliché non mortifica l’opera perché c’è una qualità prioritaria nella costruzione: ogni scena è pensata, ogni gesto conta.

Lo studio Lupus Film ha una storia di adattamenti letterari intelligenti. Prima di questo c’era Ethel e Ernest, la graphic novel di Raymond Briggs trasformata in film da Roger Mainwood, che raccontava la vera storia dei genitori dell’autore attraverso il XX secolo — una storia ordinaria dentro straordinari cambiamenti sociali. Lo stesso principio vale qui: la memoria non è solo quella di Kensuke, che rivede malinconico il proprio passato doloroso nelle sue opere (l’uomo dipinge), ma anche quella del futuro che Michael non sa ancora quale forma avrà. Prima sull’imbarcazione famigliare, poi sull’isola deserta, il ragazzo tenta goffamente di «diventare» qualcos’altro, di rimettersi in gioco. E l’isola, con la sua assenza di civiltà, diventa il luogo dove questo è davvero possibile.

Ciò che rende il film notevole è il rigore con cui affronta i temi adulti mantenendo la forma di un’avventura per famiglie. Non c’è sentimentalismo finto, non c’è musica che ti dice cosa provare (quella c’è, ma non soverchia il racconto). Invece ci sono dettagli rubati all’osservazione della natura: le mani che custodiscono, che coltivano, che resistono. Il film è fatto di pochi dialoghi e molti gesti di solidarietà e cura. E quando il ritmo accelera, verso la conclusione, sentiamo davvero l’emozione — non perché ce la viene imposta, ma perché l’abbiamo guadagnata stando insieme ai personaggi in quel luogo lontano.

Il finale merita attenzione. Michael si riunisce con la sua famiglia — questo è il momento rassicurante, quello che il pubblico infantile si aspetta. Ma Kensuke, ormai anziano, decide di restare. Sceglie di non tornare nel mondo, di restare nel proprio regno, orfano di civiltà e alieno da qualsiasi altra forma di mondo. È una scelta coraggiosa, non rassicurante, che lascia il pubblico — soprattutto quello adulto — a fare i conti con l’impossibilità del ritorno, con la consapevolezza che certi abissi non si riempiono. Il messaggio degli autori è chiaro: siamo isolati su questa piccola isola che chiamiamo Terra, e abbiamo responsabilità non solo verso le persone, ma verso tutte le creature. Non è una lezione moralistico-ambientalista di quelle che ammorba. È una scena, una mano sulla spalla, un sguardo che dice: «Hai capito?».

Tirando le somme: è un film che non scende a compromessi con la dolcezza zuccherina, che parla ai bambini della terra che abitiamo e agli adulti di quello che perdiamo quando scegliamo di stare isolati. Michael Morpurgo non avrebbe potuto avere di meglio. È animazione di qualità pensata per il pubblico letteralmente più esigente: quello che ha letto il libro e quello che scopre la storia per la prima volta sullo schermo. In entrambi i casi, troverà un film che custodisce la tenerezza senza sacrificare la profondità.

Il regno di Kensuke arriva al cinema nelle prossime settimane. Se cercate qualcosa che funzioni per tutta la famiglia ma con la serietà di una vera storia — non una famigliola zuccherina — questo è esattamente quello che state cercando. E se siete adulti che guardate film con i vostri figli, preparatevi: il finale vi parlerà in modo del tutto diverso.

Pregi

  • Tema dell'incontro con il diverso non scade in retorica, ma diventa occasione per parlare di essenzialità e solidarietà
  • Sceneggiatura di Frank Cottrell-Boyce che rispetta la profondità del testo originale senza tradirla
  • Animazione di qualità che privilegia i gesti e i dettagli naturali piuttosto che l'effettismo
  • Film pensato per bambini ma costruito con temi adulti (perdita, memoria, responsabilità verso il pianeta)
  • Final choice di Kensuke — scelta coraggiosa e non rassicurante che lascia il pubblico a riflettere

Difetti

  • Il tema dell'incontro con il diverso è un cliché riformulato, anche se qui gestito con sensibilità
  • Il ricongiungimento finale tra Michael e la famiglia corre il rischio di risultare prevedibile se non si coglie il contraltare di Kensuke
4.0 su 5

Verdetto

Un film che non scende a compromessi con la dolcezza zuccherina. Parla ai bambini della terra che abitiamo e agli adulti di quello che perdiamo. Morpurgo non avrebbe avuto di meglio.