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Election Day, la satira familiare di Amato tra voti e conflitti

Giorgio Amato trasforma gli scontri politici in una farsa domestica. Angela Finocchiaro guida un cast composito in una riflessione sui conflitti contemporanei.

di Baldo · · 3 min lettura ·
#cinema-italiano#satira#farsa
Election Day, la satira familiare di Amato tra voti e conflitti

Election Day di Giorgio Amato arriva come una commedia che non sceglie di stare dalla parte di nessuno, almeno non nel senso tradizionale. Il film mette in piazza gli scandali, le divisioni, i conflitti che caratterizzano il nostro tempo, ma lo fa con il tono di chi sa che il miglior antidoto alla rabbia è a volte il ridere.

Il messaggio iniziale è diretto: votare è importante. Da lì parte il regista, costruendo un racconto che funziona su due livelli. Da un lato c’è la satira al mondo politico e sociale contemporaneo, con tutti i suoi paradossi e le sue contraddizioni. Dall’altro lato c’è la farsa familiare, quella che sa come rendere ridicolo il quotidiano e fare dello spazio domestico un campo di battaglia ideologico. È qui che Election Day trova il suo equilibrio più interessante: non è un pamphlet politico, ma un’osservazione comica di come la politica entra nelle case e spacca le famiglie.

Il cast e la sfida di oggi

Angela Finocchiaro è la colonna portante del progetto, scelta evidentemente perché capace di gestire la complessità di una farsa che ha pretese di serietà. Attorno a lei gravitano Crisula Stafida, Giorgio Tirabassi e Antonio Gerardi, una squadra composita costruita appositamente per affrontare quella che il film identifica come la sfida più difficile del nostro tempo.

Non è banale questa scelta del casting. Una commedia di questo tipo avrebbe potuto cadere facilmente nell’automatismo, nell’accumulazione di gag prevedibili. Invece, la presenza di attori di calibro diverso suggerisce che Amato voleva evitare la trappola della commedia leggera pura. C’è peso drammatico in questo cast, potenziale per scavare sotto la superficie della risata facile.

Satira e riflessione in equilibrio precario

Ciò che rende Election Day interessante è l’ambizione di fare contemporaneamente due cose: intrattenere con il registro farsesco, ma anche instillare una scintilla di riflessione. Non è uno scopo facile da raggiungere. La satira politica al cinema italiano ha una storia particolare: spesso è caduta nel pamphlet moralistico da un lato, o nella farsa vuota dall’altro.

Amato sembra consapevole di questo rischio. Mettendo la famiglia al centro, trasformando il conflitto ideologico in conflitto domestico, il film cerca di renderlo universale. Perché alla fine, tutti sappiamo cosa significa avere a tavola persone che la pensano diversamente. Il voto divide, sì, ma soprattutto divide le persone che ci stanno vicine.

È in questo terreno, quello dell’intimità familiare sotto pressione politica, che il film trova la sua ragione d’essere. Non è una lezione di civica, non è nemmeno una proclamazione da parte del regista. È un’osservazione: ecco come il nostro tempo conflittuale arriva dentro casa e cambia il tono di una cena, il significato di uno sguardo, l’innocenza di una frase.

L’importanza del voto, il peso della divisione

Quella frase iniziale—«votare è importante»—non è retorica. È piuttosto il punto di partenza da cui il film inizia a smontare la realtà di quella affermazione. Perché sì, votare è importante, ma è anche faticoso, è anche divisivo, è anche il motivo per cui famiglie intere si ritrovano in stanza diverse il giorno delle elezioni.

Election Day non sembra avere una risposta a questo conflitto. Non dovrebbe averla. La sua forza sta nel porre il problema in modo ridicolo quanto sincero, farsesco quanto consapevole della posta in gioco reale. In un cinema italiano che spesso preferisce evitare questi argomenti, o affrontarli con troppa solennità o troppa leggerezza, un film che naviga lo spazio intermedio merita almeno attenzione.

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