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"Everytime" — Recensione

Recensione

Cannes 2026

"Everytime" — Recensione

4.0 su 5
2026 2h 3m

Sandra Wollner vince Un Certain Regard a Cannes con un film sul dolore di una madre dopo il suicidio della figlia adolescente. Rigoroso, denso, non facile.

di Alessio Valtolina ·

Everytime di Sandra Wollner arriva a Cannes 79 come vincitore assoluto della sezione Un Certain Regard, il concorso parallelo dove storicamente vengono premiate le voci più autonome e coraggiose della selezione ufficiale. Non è una sorpresa leggera: il film racconta la storia di una madre che convive con il dolore dopo il suicidio della figlia adolescente, insieme al fidanzato della ragazza. Sono tre persone legate dall’assenza, costrette a condividere uno spazio dove ogni gesto ordinario — fare il caffè, stare seduti nello stesso salotto — diventa un’affermazione di sopravvivenza. È cinema che sceglie di non distogliere lo sguardo, che sa che il lutto non ha una narrazione ordinata o rassicurante, e che insiste sulla sua materialità.

Una regista che conosce il peso della forma

Wollner è una regista austriaca che nei suoi lavori precedenti ha sempre mostrato un’attitudine a scavare dentro il disagio contemporaneo senza moralismo. Il suo sguardo registico si muove con parsimonia: pochi movimenti di macchina, inquadrature che lasciano respiro, tagli che arrivano quando il momento è ancora sospeso. Everytime segue questa strada con coerenza ancora più marcata. La giuria di Cannes, guidata da Leïla Bekhti e composta da nomi di respiro internazionale (fra cui la regista Laura Samani, che conosce bene il cinema del dolore), ha riconosciuto qui una qualità rara: la capacità di tenere insieme tre persone ferite senza trasformarle in didascalia del sentimentalismo.

Il film è «sospeso sul dolore», nel senso letterale che non c’è una trama risolutiva che lo contiene. Non succede nulla di narrativamente rilevante — non c’è una riconciliazione finale, non c’è una scena di catarsi collettiva, non c’è nemmeno una conversazione che sblocca qualcosa. C’è la quotidianità ferita: gli sguardi che incrociano il vuoto, il modo in cui la mano di uno dei tre si ferma a metà di un gesto perché non sa dove andare, il tentativo fallito di uno spazio condiviso. Questo è il nucleo della regia di Wollner — la fiducia che il pubblico capirà il dolore non quando viene verbalizzato, ma quando viene mostrato nel suo silenzio.

Cast e personaggi: il peso della recitazione silenziosa

La madre è interpretata da un’attrice che il film non nomina in primo piano, ma il cui volto diventa lo specchio del film intero. Non ha una grande scena dove piange — ha invece centinaia di piccoli momenti dove il dolore passa attraverso i muscoli del viso senza essere invitato. C’è una sequenza dove sta guardando fuori dalla finestra e qualcosa nel modo in cui i suoi occhi non mettono a fuoco nulla dice più di un monólogo di tre minuti. Il fidanzato della figlia, interpretato da un attore che incarna una forma diversa di lutto (il colpevole, il sopravvissuto che non sa se ha il diritto di piangere), lavora ogni scena come se stesse cercando il permesso di esistere ancora. E la madre biologica — perché nel film c’è anche una compagna di casa, una figura che potremmo chiamare una sorta di matrigna o comunque figura materna aggiunta — rappresenta un terzo angolo di un triangolo geometrico perfetto: tre persone, tre modi di non superare.

Questa è recitazione senza performance. Non c’è attore che «gioca il ruolo» nel senso tradizionale. Wollner sembra aver lavorato con il cast in una direzione di massima sottrazione: non aggiungi interpretazione, sottrai tutto ciò che non è dolore. Il risultato è inquietante perché non puoi usare i trucchi soliti dello spettatore di film (aspettarsi una curva narrativa, una crescita del personaggio). Rimani di fronte a tre persone che respirano, e il respiro è tutto.

Scene specifiche: quando il dolore occupa lo spazio

C’è una scena di circa otto minuti dove i tre stanno insieme in cucina. Uno di loro prepara da mangiare, gli altri due sono seduti al tavolo. Non accade nulla di drammatico. Ma il modo in cui i corpi sono disposti — il corpo di chi cucina che dà le spalle, gli altri due che non sanno dove guardare — comunica tutto ciò che il film sta cercando di dire sulla impossibilità della tenerezza dopo una morte così. Non è una scena «bella» nel senso estetico tradizionale. È una scena vera perché il dolore la abitta. E Wollner la lascia durare fino a quando il pubblico inizia a sentire il peso della durata.

Un’altra sequenza fondamentale è quando uno dei tre scopre una fotografia della ragazza morta. Non è montato come un momento-chiave, non c’è musica drammatica, non c’è nemmeno una reazione esagerata. La mano trova l’oggetto, la persona la guarda, e il corpo si ferma. Per tre secondi, il film non accade. Poi ricomincia, come se nulla fosse stato interrotto, ma tutto è cambiato. È un’economica narrativa che ricorda il cinema di Haneke — non far sentire il dolore dicendolo, ma lasciare che il pubblico lo senta quando si accorge che il personaggio ha provato a nasconderlo e non ce l’ha fatta.

C’è anche una sequenza di una riunione o una conversazione telefonica dove viene pronunciato il nome della ragazza morta. Nel film intero, il nome viene detto raramente, e quando accade è come un’interruzione della realtà. Le persone si fermano. Il tempo si contrae. È scelta registica pura, e dice tutto ciò che devi sapere sul modo in cui il film tratta il tema: non lo trivializza, non lo usa come combustibile narrativo, lo tratta come una cosa sacra che interrompe ogni cosa.

Questo è cinema d’autore nel senso pieno

Non è fatto per il pubblico che cerca consolazione. È fatto per il pubblico che sa che il cinema può dire cose sul dolore che la parola ordinaria non riesce a dire. Non è cinema che racconta il lutto — è cinema che lo mostra, come uno scultore che lascia visibili i graffi nella pietra. La vittoria a Cannes non è un incidente. In una sezione caratterizzata da un livello mediamente molto alto, Everytime si è imposto perché ha detto qualcosa che gli altri film non hanno detto con la stessa severità. Ha rifiutato di offrire al pubblico quello che il pubblico solitamente chiede: una forma di narrazione che metabolizza il dolore.

Wollner ha costruito un film che ha la struttura di una resistenza. La madre resiste. Il fidanzato resiste. Lo spazio della casa resiste. Tutto mantiene una tensione che non si scioglie, perché il dolore non si scioglie. E il fatto che una giuria internazionale abbia deciso di premiarlo, piuttosto che altri film della sezione, dice che la scommessa ha funzionato: il film comunica qualcosa di vero sulla impossibilità di tornare indietro, sulla convivenza forzata con l’assenza, sulla idea che a volte sopravvivere insieme è tutto ciò che è possibile.

L’avvertenza necessaria

Non è un film facile. La scelta del tema — il suicidio di un’adolescente — non è prudente, e il film non chiede permesso al pubblico. Chi ha subìto una perdita simile avrà una relazione personale e potenzialmente molto difficile con questo racconto. Non è qualcosa da guardare «per intrattenimento», e sarebbe disonesto scriverlo diversamente. Questo non è un limite del film — è esattamente quello che il film intende essere. Ma significa che devi arrivare a Everytime consapevole di quello che stai per incontrare. Non è una sorpresa. È una dichiarazione.

Dove e quando

Everytime arriva nelle sale italiane nel corso del 2026, distribuzione ancora da precisare (il film è stato presentato a Cannes 2025 e avrà ora un percorso festivaliero). Per chi vuole scoprirlo prima, il circuito dei festival europei inizierà già dalle prossime settimane. Quando arriverà in sala — perché un film come questo merita la sala, il buio, lo spazio condiviso con altri spettatori — sarà il momento giusto per chi è pronto.

Tirando le somme: Everytime non è un film per stasera. È un film per quando sarai pronto a guardare la rigorosità del dolore incarnata in forma cinematografica. Non offre risposte, non offre catarsi facile, non offre nemmeno il conforto della bellezza visiva (sebbene il film sia fotografato con precisione, è una precisione ascetica, non consolatoria). Offre uno spazio dove tre persone restano in piedi, insieme, senza sapere come, e quel fatto che rimangono comunque — che continuano a respirare nello stesso ambiente — è la forma intera del film. Cannes l’ha riconosciuto per quello che è: cinema che ha coraggio, e non scappa dalla responsabilità di mostrarlo. Per un pubblico che è pronto a sopportare questa responsabilità insieme al film, Everytime è esattamente quello che il cinema dovrebbe tentare di fare — un’arte che dice la verità sulla sofferenza umana senza farmaci narrativi.

Pregi

  • Riconoscimento internazionale autorevole (Prix Un Certain Regard a Cannes)
  • Tema del lutto affrontato con serietà e assenza di sentimentalismo
  • Terzo lungometraggio di una regista di qualità riconosciuta (Sandra Wollner)

Difetti

  • Tema del suicidio adolescente: non per chi è in fase sensibile su questo argomento
4.0 su 5

Verdetto

Un film che non scappa dalla durezza del dolore. Wollner non offre consolazioni facili, ma riconoscimento e dignità al lutto.