Venti anni dopo il primo capitolo, Miranda Priestley e Andy Sachs tornano a Runway, il tempio della moda che nel frattempo ha perso rilevanza nel mondo digitale. Se il David Frankel del 2006 ci aveva regalato una satira leggera e rassicurante sul mondo della moda, il Frankel di oggi sa che quella satira era solo una finzione: la gloria del fashion non è mai stata messa in discussione, semplicemente maquillata da ironia.
Meryl Streep è sempre Miranda, sempre iconica, sempre quella che basta la sua sola presenza per dire “qui c’è della classe”, anche se quella classe è pura messinscena. A ventitré anni di distanza, l’attrice non reinterpreta il personaggio: lo riconferma, come se quei due decenni non fossero bastati a scalfirlo. E in un certo senso, è geniale: Miranda è il simbolo di un potere che non invecchia perché non è mai stato reale, solo costruito a forza di volontà e di abiti giusti. Anne Hathaway e Emily Blunt, ormai professioniste consolidate e non più stagiste brillanti, rispecchiano questa stasi narrativa: tornano al loro posto nel mondo della moda non perché siano cambiate, ma perché il mondo della moda sa che donne come loro non ne usciranno mai veramente.
La trama è aggiornata ai nostri giorni con cinismo neppure tanto velato. Andrea viene licenziata via email, poi riassunta a Runway per salvare la rivista dal collasso editoriale. Il primo film aveva suggerito che il fashion fosse il luogo dove “si lavora davvero”; questo sequel lo conferma, ma con una brutalità neo-turbo-capitalista che sorprende: quando Andrea prende il posto di qualcuno, quella persona viene buttata fuori senza pietà, presentato come effetto collaterale inevitabile, quasi comico, del meccanismo stesso. È il “homo homini lupus” di Hobbes, ma detto con un sorriso e un drink in mano.
Qui sorge il problema più interessante del film. Il Diavolo Veste Prada 2 è consapevolissimo di quello che fa: è un enorme contenitore pubblicitario, pervaso da product placement che non si nasconde nemmeno, perché sa che il suo pubblico non se ne accorgerebbe comunque. Runway sopravvive nel film (come nella realtà) solo grazie agli annunci pubblicitari intervallati da articoli che nessuno legge; il film stesso è strutturato esattamente così. Non è una denuncia, non è una critica esplicita: è uno specchio talmente fedele ai meccanismi che illustra da diventare indistinguibile da essi. È un film che parla di vanità glorificandola, come ogni buona forma di pubblicità che si rispetti.
Il cast funziona perché la regia di Frankel mantiene quella invisibilità rassicurante che aveva caratterizzato il primo film. Non ci sono scarti tonali, non ci sono rischi: tutto scorre liscio, prevedibile, come una sfilata di moda. Stanley Tucci e Kenneth Branagh ricevono poco spazio, ma quando appaiono lo spazio diventa loro. Justin Theroux porta una presence maschile che il primo film non aveva, anche se il ruolo sembra disegnato per non ingombrare troppo. Lucy Liu, citata ma poco memorabile, rimane una presenza di lusso più che di carattere.
Il vero nodo però è questo: il film sa di essere un prodotto di lusso, sa di essere una mossa commerciale vent’anni dopo il successo del primo, sa di avere un’utilità principalmente nostalgia e nostalgia consumistica. E anziché nasconderlo, lo esibisce. Non è spregevole, per carità; è intelligente, è consapevole, è persino affascinante da un punto di vista meta-testuale. Ma è anche esattamente quello che il film critica: un contenitore vuoto di significato profondo, che sopravvive solo perché costruito con materiali pregiati e circondato dall’aura del primo capolavoro.
La satira del mondo della moda finisce dove era rimasta vent’anni fa: nel glorificare il cinico e lo spietato, nel presentare come ingenui e perdenti tutti coloro che non ne fanno parte, nel suggerire che la vera sofisticazione stia nel saper vendere fumo (letteralmente, visto il numero di borse di lusso che compaiono). Non c’è evoluzione di sguardo, niente di quello che il tempo potrebbe aver insegnato. Andy scopre di nuovo che la moda è importante; Miranda scopre di nuovo che il potere è tutto; Runaway scopre di nuovo che l’unica via di sopravvivenza è l’adeguamento al mercato. I temi dell’editoria in crisi, del digitale che uccide il cartaceo, sono affrontati ma non realmente toccati da profondità: servono solo a spiegare perché Runway abbia bisogno di Andrea.
Questa non è necessariamente una critica negativa. Anzi. Il Diavolo Veste Prada 2 sa benissimo cosa è e non finge di essere altro. È un film che funziona come una borsa Hermès: costoso, affascinante, privo di necessità funzionale, costruito con cura per durare meno di quello che costa, e desiderabile esattamente per queste ragioni. Se cercate profondità, cercate altrove. Se invece volete due ore di cinismo intelligente, di moda, di Meryl Streep che pronuncia verdetti con lo sguardo, e siete disposti ad accettare che il film vi stia vendendo lo stesso prodotto che critica, allora questo film è un’esperienza completa.
Tirando le somme: è un film che funziona in quanto prodotto, che sa di essere un prodotto, che glorifica l’essere un prodotto, e che per questo paradosso è stranamente interessante. Non è un capolavoro, non è nemmeno un buon film nel senso tradizionale. È qualcosa di più raro: è un film perfettamente consapevole della propria vanità, e che trasforma quella consapevolezza in fascino. Vale la pena guardarlo se siete pronti a farvi sedurre dalla vuotezza elegante.



