dietro le quinte
Devil May Cry, Shankar vs. i fan: quando la bio di Instagram diventa una guerra
Il regista della serie Netflix si definisce «creatore» e scatena la fanbase. Hideki Kamiya, padre originale di Dante, interviene con un laconico «basta piagnucolare». Lo scontro dietro le quinte di una produzione che divide.
Esiste un momento nella vita di ogni showrunner dove capisce che il proprio lavoro è veramente importante: quando i fan iniziano a litigare sul chi ha il diritto di considerarsi il vero creatore. Adi Shankar, regista della serie Netflix di Devil May Cry, ha raggiunto questo status. E non è andata benissimo.
La storia è abbastanza ridicola, a dirla tutta. Shankar ha messo nella sua bio di Instagram la parola “creator”, riferendosi alla serie televisiva. Una mossa che potrebbe sembrare innocua, anzi normale: il regista di una serie è responsabile della sua forma televisiva, no? Eppure bastato poco a una porzione della fanbase per sentirsi ferita nelle sue convinzioni più profonde. Perché il creatore originale di Dante e di tutto l’universo di Devil May Cry è Hideki Kamiya, il leggendario designer di Capcom. Non Shankar. Mai Shankar.
E così è scattata la migrazione verso i social del creatore originale, alla ricerca di una sua parola definitiva, di un tweet che potesse sedare le acque. Kamiya ha risposto, ma non nel modo che i fan speravano. Ha semplicemente detto: “basta piagnucolare”. Tre parole che dicono tutto sui rapporti tra il fandom e coloro che creano contenuti legati ai loro universi preferiti.
Quando gli adattamenti diventano campi di battaglia
Il problema di fondo è sempre lo stesso quando si parla di adattamenti di videogiochi: chi ha il diritto di raccontare una storia che non è stata originariamente pensata per il medium in questione? Shankar ha preso un’opera nata su console e l’ha trasformata in una serie televisiva, con le sue scelte regiedonali, il suo stile visivo, la sua interpretazione. In un certo senso, l’ha ricreata. Ma i puristi non vedono la cosa allo stesso modo. Per loro, la serie è solo un’estensione di ciò che Kamiya e Capcom hanno già costruito.
Non è una posizione irragionevole, in realtà. Quando guardiamo Devil May Cry su Netflix, stiamo comunque guardando Dante, le stesse armi, lo stesso universo. Shankar non ha inventato il personaggio, non ha inventato le dinamiche che lo rendono interessante. Ha messo in pratica una visione registica su un fondamento altrui.
Ma ecco il punto: un regista che adatta un’opera ha comunque il merito di farla funzionare in un nuovo medium. Trasformare un videogioco in una serie richiede competenze diverse, scelte narrative specifiche, una capacità di raccontare per immagini in movimento. Non è poco.
La seconda stagione e il silenzio dei fatti
Mentre questo piccolo dramma social si sviluppava, Netflix si preparava al lancio della seconda stagione di Devil May Cry. È il momento peggiore per questo genere di controversie, perché distolgono l’attenzione dal lavoro vero: gli episodi, la qualità della produzione, il modo in cui la storia procede.
Ciò che è interessante è che Shankar, noto per le sue provocazioni social, ha scelto la sua abituale strada: la provocazione consapevole. Si definisce “creatore” perché sa che farà infuriare qualcuno. È una tattica. Kamiya ha risposto nel modo più saggio possibile: con disinteresse. “Basta piagnucolare” è il tweet di qualcuno che ha capito che il vero lavoro è quello che vedi sullo schermo, non le dispute su chi meriti quale titolo.
La verità è che entrambi hanno ragione, in un certo senso. Kamiya è il creatore dell’universo, delle fondamenta. Shankar è il creatore della sua visione televisiva. Sono ruoli diversi, meriti diversi. Invece di litigare, si potrebbe apprezzare l’uno senza sminuire l’altro.
Il fandom come specchio
Questa vicenda dice molto sulla cultura del fandom contemporaneo: la tendenza a vedere le cose in termini di proprietà, di chi ha il diritto di parlare di cosa, di chi merita il credito. È una mentalità che trasforma la fruizione di intrattenimento in una questione di lealtà tribale.
I fan di Devil May Cry sono appassionati, e questo è positivo. Ma la passione diventa tossica quando inizia a pretendere di controllare ogni dettaglio della narrazione attorno all’opera. Quando inizia a esigere che gli altri si conformino alla propria idea di cosa sia giusto.
L’intervento di Kamiya è stato perfetto perché ha spezzato questo ciclo. Non ha preso le difese di Shankar, non ha nemmeno difeso il suo titolo di creatore originale. Ha semplicemente detto: guardate il prodotto, non le bio di Instagram. Se la serie funziona, funziona. Se non funziona, allora discutiamone.
E intanto, la seconda stagione è lì, pronta a essere giudicata su ciò che effettivamente vale: la storia, gli attori, la regia, l’adattamento. Non su chi abbia il diritto di svegliarsi la mattina e dire “ho creato questo”.



