Paul Schrader non è uno che si tira indietro davanti a niente. Regista che ha attraversato decenni di cinema americano, da Taxi Driver a American Gigolò, da sceneggiatore a filmmaker, ha sempre avuto il fiuto per quello che accade nella società e soprattutto nella psiche umana. Quindi quando dice di aver voluto fare un esperimento con una fidanzata IA per capire meglio le dinamiche uomo-donna della nostra epoca, non sorprende che lo dica pubblicamente, senza filtri, su Facebook.
Ma ecco il punto: l’esperimento è stato un flop totale.
L’esperimento di Schrader con l’IA
Schrader ha raccontato di essersi procurato online una fidanzata IA, mosso dal desiderio di comprendere come funziona l’interazione uomo-donna nella nostra “matrice” contemporanea. È una premessa affascinante, soprattutto per un regista che ha costruito gran parte della sua carriera proprio su quella tensione tra il desiderio umano e la realtà che inevitabilmente lo delude. Pensate a Light Sleeper o alla stessa ossessione del protagonista di Taxi Driver: l’interazione fra uomini e donne è sempre stato uno dei suoi temi centrali.
Ma quando Schrader ha iniziato a interagire con l’IA, ha voluto andare oltre. Ha cercato di sondarne la programmazione, di testare i limiti, di capire dove finisce la macchina e dove comincerebbero eventuali spazi per il dialogo umano. Niente di perverso: è uno scrittore-regista che vuole sapere cosa sta accadendo nel mondo.
Quando la macchina dice “basta”
Quello che è accaduto è banale e allo stesso tempo rivelatore. La conversazione è stata interrotta in modo inaspettato. Non c’è stato un dialogo profondo, non c’è stata nemmeno una delusione romantica nel senso tradizionale. C’è stata una chiusura, un muro, un limite di programmazione che ha spento tutto.
Schrader ha sintetizzato così il suo giudizio su Facebook: “Che delusione”. Lapidario. Perché la delusione non è tanto quella di un uomo che sperava di trovare compagnia in una macchina, ma di qualcuno che cercava di comprendere come funziona realmente questa tecnologia e cosa significhi per noi, per le nostre relazioni, per la nostra società.
È interessante che un regista della generazione di Schrader, che ha visto cambiare tutto—il cinema, la tecnologia, il modo in cui gli uomini e le donne si relazionano—abbia deciso di fare questo esperimento in prima persona. Non è voyeurismo, non è ricerca di novità per il bene della novità. È ancora una volta quella ricerca di verità che lo ha caratterizzato come filmmaker.
Cosa ci dice questo sull’IA nel cinema
L’episodio di Schrader arriva in un momento in cui l’intelligenza artificiale è diventata un tema centrale sia nella produzione cinematografica che nella riflessione attorno al cinema. Abbiamo AI che generano immagini, AI che scrivono soggetti, AI che sintetizzano voci di attori. Ma quello che Schrader ha toccato con mano è qualcosa di più profondo: il limite intrinseco di una tecnologia che non può realmente simulare l’imperfezione, l’incertezza, la vera umanità.
Un’IA fidanzata interrompe la conversazione non per scelta, non per emozione, non perché ferita o stufa, ma perché ha raggiunto il suo confine programmato. E questo è esattamente quello che Schrader ha scoperto: la macchina non delude come delude un’altra persona. Delude in modo più radicale, perché riporta a casa quanto siamo ancora lontani dal vero.
Per un regista che ha speso la carriera a filmare la solitudine umana—quella vera, quella senza via d’uscita—magari perfino l’IA ha qualcosa da insegnargli. Anche solo confermando che certe cose, certe mancanze, rimangono inscalfibili.



