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Opus, l'ultimo concerto di Ryuichi Sakamoto arriva al cinema il 19 maggio

Il film-testamento del maestro compositore giapponese, diretto dal figlio Neo Sora, presenta l'ultima performance di Sakamoto. Un evento unico in contemporanea nazionale.

di Baldo · · 3 min lettura ·
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Opus, l'ultimo concerto di Ryuichi Sakamoto arriva al cinema il 19 maggio

Opus non è un documentario tradizionale sulla vita di Ryuichi Sakamoto. È qualcosa di più intimo, più definitivo: il testamento artistico di uno dei compositori più influenti della musica moderna, consegnato al cinema come ultimo dono al suo pubblico. Il film arriva nelle sale italiane il 19 maggio in un’unica serata, evento in contemporanea nazionale, prima di scomparire dagli schermi.

Sakamoto se n’è andato il 28 marzo 2023, dopo una malattia che gli aveva reso impossibile esibirsi dal vivo negli ultimi anni. Non poteva più affrontare i tour, i concerti, la fatica che la performance richiedeva. Eppure, alla fine del 2022, ha trovato le forze per fare quello che forse sapeva già sarebbe stato impossibile fare di nuovo: suonare. Non per un palcoscenico strapieno, ma per una telecamera. Per il ricordo. Per la storia.

Un concerto in ventiquattro tasti

Il progetto è nato da una conversazione tra padre e figlio. Neo Sora, regista e figlio di Sakamoto, ha accettato di documentare quella che entrambi sapevano potrebbe essere l’ultima esibizione. Non una performance pubblica, ma qualcosa di ancora più crudo: Ryuichi solo al pianoforte, in uno spazio intimo che conosceva bene, circondato dai suoi collaboratori più fidati, mentre la telecamera registra ogni nota, ogni respiro, ogni hesitazione.

Venti pezzi scelti con cura dallo stesso Sakamoto. Non è una retrospettiva caotica, ma un vero e proprio arco narrativo costruito come un’intera giornata: dalle prime luci dell’alba al tramonto. Dalla Yellow Magic Orchestra ai capolavori delle colonne sonore di Bernardo Bertolucci, passando per l’ultimo album contemplativo, il 12. Ogni pezzo rappresenta un momento della sua vita musicale, una stazione di un percorso che ha attraversato cinque decadi.

Ci sono anche sorprese: brani che Sakamoto aveva affidato agli altri, o che non aveva mai reinterpretato solo al pianoforte. The Wuthering Heights del 1992, Ichimei – piccola felicità del 2011, e Tong Poo in un arrangiamento nuovo, più lento di quanto non l’avesse mai suonato. Erano scelte consapevoli, frutto di riflessione. Come ha raccontato lui stesso, mentre pensava a questa come alla sua ultima opportunità di esibirsi, sentiva anche di potersi aprire a nuovi orizzonti. Paradossale, no? L’addio che diventa scoperta.

Dialogo tra padre e figlio

Opus è anche questo: un dialogo silenzioso tra Ryuichi e Neo Sora. Il regista non inquadra il padre come monumento, non lo trasforma in icona museale. Lo filma mentre suona, mentre vive quella musica davanti alla macchina da presa, trasformando l’intimità della registrazione in qualcosa di universale. È il medesimo gesto che ha caratterizzato gran parte della carriera di Sakamoto: prendere il personale e renderlo cosmico.

Il film è stato presentato in anteprima all’ultima Mostra del Cinema di Venezia (un riconoscimento simbolico per un maestro che aveva già vinto Leone d’Oro nel 2014 per la retrospettiva), e ha avuto una seconda vita a Piano City Milano 2024, dove il legame tra Sakamoto e la città è sempre stato fortissimo.

Ora arriva nei cinema italiani non come uscita ordinaria, ma come evento. È una scelta che sottolinea la natura speciale del progetto: non un film che rimane nelle sale, ma un’occasione, una cerimonia. Una sola sera. Chi lo vedrà avrà assistito a qualcosa che non si potrà più vedere, esattamente come ogni concerto dal vivo. È l’ultima cosa che Ryuichi Sakamoto voleva che accadesse: trasformare il cinema in concerto, e il concerto in eternità.

Il pianoforte e un uomo che sa che probabilmente non suonerà più. Ventiquattro tasti, ventiquattro ore. Un regalo che pesa come una pietra tombale e brilla come una stella.

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