Netflix ha capito bene come funziona il true crime: prendi una storia vera, aggiungici una prospettiva mai vista prima, e gli spettatori staranno incollati allo schermo per sapere come va a finire. Sposare un assassino fa esattamente questo, però non celebra né l’assassino né vittimizza la vittima. Mette al centro una donna, Caroline Muirhead, e fa diventare lei stessa il vero fulcro della tensione morale.
La storia è quella di Caroline, patologa forense scozzese, che nel 2019 conosce Alexander “Sandy” McKellar tramite un’app di incontri. Sembra un uomo affascinante, gentile, col vizio dell’alcol e qualche problema di umore. Due anni dopo, mentre i due si fidanzano, Sandy le confessa di aver ucciso Tony Parsons nel 2017: l’ha investito ubriaco con la macchina mentre pedalava, poi lui e il fratello Robert hanno occultato il corpo nei campi della famiglia. Una confessione bomba nel primo episodio della serie che ti dà subito l’impressione di sapere dove andrà a parare.
Invece no. Perché quello che fa Caroline non è fuggire, non è correre dai carabinieri. Caroline decide di restare. Continua con i preparativi del matrimonio, lo invita a Natale dai genitori, sorride mentre progettano il futuro insieme. Ma mentre lui dorme, lo registra. Mentre è ubriaco, lo fa parlare del crimine. Raccoglie prove, estorce confessioni, addirittura lo convince a dirle dov’è sepolto Tony Parsons e strategicamente ci lascia cadere una lattina di Red Bull per ritrovare il corpo in seguito con la polizia.
Il coraggio non ha un lieto fine
Ma qui inizia la parte disturbante della storia, quella che Sposare un assassino racconta senza filtri: Caroline ce l’ha fatta. Ha incastrato il compagno, ha fatto giustizia. E poi? La sua vita si è disintegrata.
Nonostante le fosse stato promesso l’anonimato dalle autorità, dopo l’arresto dei fratelli McKellar a dicembre 2020, lei e la famiglia diventano il centro dello scrutinio pubblico. Nessuno la protegge. Nessuno le offre supporto psicologico. Perde il lavoro, cade in una spirale di abuso di sostanze, e alla fine è costretta a tornare a vivere con lo stesso uomo che ha tradito e il fratello che l’ha aiutato a nascondere un cadavere. Mentre aspettano il verdetto del tribunale.
Questa è la genialità della docuserie: non celebra l’eroismo come fanno quasi tutti i true crime. Non fa di Caroline una vittima, non la canonizza come una donna coraggiosa che ha fatto la cosa giusta. La mostra come quello che è davvero: una persona che ha dovuto scegliere tra la corruzione e il disastro personale, che ha trovato in sé la forza di fare un passo che nessuno avrebbe dovuto fare da solo.
Perché è così disturbante
Le docuserie true crime classiche funzionano così: assassino cattivo, vittima innocente, io spettatore giudico dall’alto. Sposare un assassino smonta questo schema completamente. Perché non puoi giudicare Caroline. Non facilmente, almeno. Ogni sua scelta sembra sbagliata e comprensibile allo stesso tempo. Restare con l’assassino è moralmente orribile ma umano. Tradirlo è giustizia ma suicidio. Andare via era possibile ma significava lasciare che un crimine rimanesse invisibile.
Netflix costruisce tutto intorno a questa domanda semplice e crudele: sapendo quello che ha dovuto passare, tu l’avresti fatto? E dopo tre episodi non hai risposta, perché non esiste una risposta giusta. Non ci sono eroi impeccabili. Non ci sono decisioni facili da giudicare dall’esterno. Quella è la vita reale.
La serie funziona proprio perché rifiuta di farci sentire superiori agli altri. Ci mette di fronte a una scelta impossibile e ci chiede cosa avremmo fatto noi. È frustrante, disturbante, e lascia domande aperte anche dopo i titoli di coda. Esattamente quello che il miglior true crime dovrebbe fare.



