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Gli anni '70: quando il cinema diventò vero (e i registi leggenda)

Il decennio che ha cambiato tutto. Personaggi complessi, film di rottura, registi che con un'opera sola hanno riscritto la storia di Hollywood. Ecco perché quegli anni continuano a ossessionarci.

di Baldo · · 3 min lettura ·
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Gli anni '70: quando il cinema diventò vero (e i registi leggenda)

Ci sono epoche del cinema che non smettono mai di parlare. Gli anni ‘70 sono una di queste: un decennio strano, affamato, dove il cinema americano ha deciso di crescere all’improvviso. Non è stato un caso, e soprattutto non è stato un momento di semplice nostalgia estetica. È stato il momento in cui Hollywood ha smesso di raccontare miti patinati e ha iniziato a mostrare persone vere, sporche, sbagliate, complicate.

Quello che rende gli anni ‘70 ancora oggi affascinante non è solo la fotografia o gli abiti. È la consapevolezza che ogni film poteva diventare una piattaforma per dire qualcosa di radicale. E spesso bastava un film—uno solo—per cambiare tutto. Per un regista, per un attore, per il corso stesso della storia del cinema.

Il coraggio della sperimentazione

Negli anni ‘70, Hollywood non era controllata dalle franchigie e dai remake. Era ancora uno spazio dove il rischio era possibile. I registi potevano fare film strani, difficili, talvolta incompiuti per gli standard commerciali. E questi film diventavano capolavori proprio perché nessuno chiedeva loro di essere perfetti nel modo “giusto”.

Prendete qualsiasi film importante di quel decennio: c’è sempre un momento in cui senti che il cineasta non sta cercando la simpatia del pubblico. Sta cercando la verità. E a volte, la verità è scomoda. I personaggi non sono eroi: sono psicopatici, paranoici, mediocri, loschi. Uomini comuni che fanno cose straordinarie—o orribili. Donne che non sanno come salvarsi da sé stesse.

Questa è stata la grande conquista dei ‘70: il realismo psicologico nel cinema di genere, nel cinema popolare. Non solo nei film d’autore riservati ai festival. Ma nei film che la gente andava a vedere al cinema.

Quando un film cambia una carriera

C’è un fenomeno interessante negli anni ‘70: molti grandi registi hanno avuto bisogno di un solo film—a volte due—per diventare leggendari. Non hanno costruito le loro reputazioni gradualmente. Hanno fatto un’opera che era così giusta, al momento giusto, con gli strumenti giusti, che tutto è cambiato.

Alcuni di questi film erano attesi da tempo. Erano progetti che i registi portavano dentro da anni, che finalmente il sistema aveva finanziato. Altri erano nati quasi per caso, come opere che nessuno credeva potessero funzionare. Eppure hanno funzionato. E ancora di più: hanno riscritto le regole.

Questa è la cosa rara del cinema dei ‘70 che non vediamo più spesso oggi. Non c’è il tempo per uno sbaglio geniale. Un film deve essere subito commerciale, subito intelligente, subito perfetto per tutte le piattaforme. Gli anni ‘70 davano spazio a film che maturavano nel tempo, che la gente scopriva piano piano, che un critico consigliava all’altro fino a quando non diventavano fenomeni culturali.

Personaggi che ancora ci parlano

I personaggi dei film ‘70 hanno una qualità che i moderni spesso non hanno: l’ambiguità. Non sappiamo mai del tutto se tifare per loro. Non sappiamo se hanno ragione. Non sono strutturati per darci risposte morali facili. Sono persone che agiscono, e le loro azioni hanno conseguenze che non controllano.

Questa complessità è quello che rende quegli anni ancora affascinanti. Perché un personaggio ambiguo non invecchia mai. Può essere vecchio di cinquant’anni, ma continua a scuoterci, continua a farci pensare, continua a ricordarci che il cinema può essere qualcosa di più della semplice intrattenimento.

Gli anni ‘70 hanno capito che il cinema era un mezzo perfetto per esplorare l’incertezza morale, la paranoia, il disagio contemporaneo. Non il disagio romantico—il disagio vero, quello che viene da vivere in una società confusa, in guerra, in crisi. E questo ha fatto la differenza.

Questo decennio continua a esercitare fascino perché ha capito una cosa fondamentale: che il cinema più popolare può essere anche il più importante. E che a volte bastava un film, fatto nel modo giusto, con la passione giusta, per cambiare tutto.

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