Esiste un’insolita proprietà della fantascienza distopica: quella di trasformarsi in una specie di oracolo involontario. Più il tempo passa, più certi film sembrano guardarci negli occhi e sussurrarci “ve l’avevamo detto”. È il fenomeno affascinante che caratterizza due capolavori separati da quasi quattro decenni: Snowpiercer di Bong Joon-ho (2013) e Solaris di Andrei Tarkovsky (1972).
Due opere radicalmente diverse per linguaggio, genesi e ambizione, eppure accomunate da una capacità narrativa che sembrava quasi profetica quando uscirono, e che risulta ancora più stringente oggi.
Il treno della disuguaglianza: quando la metafora diventa realtà
Snowpiercer trasforma il viaggio verso la testa di un treno in moto perpetuo in un viatico attraverso gli ingranaggi della società contemporanea. Quello che nel 2013 poteva sembrare un’estremizzazione brillante di temi noti—le disuguaglianze economiche, il controllo delle risorse, la gestione della paura collettiva—è diventato nel corso del decennio sempre più attuale, fino a rasentare il documentarismo involontario.
Bong Joon-ho ha avuto l’astuzia di racchiudere in una struttura narrativa semplice ma devastante una geografia del potere. Ogni vagone è una classe sociale, ogni compartimento una tappa nella presa di coscienza di come funzionano davvero le cose. Chris Evans nei panni di Curtis non conduce soltanto una rivolta: cammina letteralmente verso la verità, attraversando i livelli della piramide sociale nel momento in cui il sistema mostra tutte le sue crepe.
Ciò che rende il film ancora più tagliente oggi è proprio questa assenza di utopia. Non c’è speranza che il nuovo ordine sarà migliore del precedente; c’è solo l’accettazione che il ciclo continuerà. È una visione cinica che non ha tradito le aspettative, anzi.
Il successo ha generato una serie televisiva con Jennifer Connelly e Daveed Diggs che, pur oscillando nella qualità, ha mantenuto vivo il concetto originale, dimostrando che l’universo narrativo di Bong conteneva ancora molto da esplorare.
Solaris: l’orrore della memoria infinita
Solaris opera su un registro completamente diverso. Mentre Snowpiercer è uno thriller che usa la metafora sociale, il capolavoro di Tarkovsky è una meditazione filosofica che utilizza la fantascienza come veicolo.
Nel 1972, il regista russo realizzo un film che raramente viene definito come sci-fi nel senso convenzionale. Non è interessato al progresso, alla scoperta, all’avventura spaziale alla maniera di Kubrick. Solaris è, se mai, una tragedia greca ambientata nello spazio, dove il nemico non è una forza esterna bensì la nostra stessa psiche riflessa da un’entità cosmica.
Donatas Banionis nel ruolo dello psicologo Kris Kelvin si ritrova faccia a faccia con una domanda che non ha risposta: cosa rende reale una persona? È sufficiente che sia il nostro ricordo materializzato, la nostra memoria data forma e respiro? Natalya Bondarchuk nelle vesti di Hari—la moglie morta decenni prima—non è uno spettro ma una ricreazione, e questa distinzione ontologica diventa il vero orrore del film.
A più di cinquant’anni di distanza, Solaris continua a disturbare perché tocca corde che rimangono eternamente sensibili: il lutto, l’amore, l’identità, la possibilità stessa di conoscere davvero un’altra persona. In un’epoca ossessionata dalle proiezioni digitali, dai deepfake e dalle intelligenze artificiali, le domande che Tarkovsky pone assumono una risonanza quasi premonitore.
Il film ha generato adattamenti successivi, dal remake televisivo sovietico del 1968 fino alla versione hollywoodiana del 2002 con George Clooney e Steven Soderbergh: quest’ultima, sebbene tecnicamente affascinante, ha scelto di alleggerire il peso filosofico per privilegiare la componente emotiva. Era un compromesso comprensibile, ma non ha eguagliato la forza destabilizzante dell’originale.
Lo specchio della distopia
Ciò che unisce questi due film è la capacità di fungere da specchio. Snowpiercer riflette le nostre angosce sociali contemporanee; Solaris riflette le nostre angoscie esistenziali senza tempo. Entrambi non offrono conforto, né risposte rassicuranti. Offrono soltanto il riconoscimento crudo che la condizione umana rimane tragica indipendentemente dal contesto.
Bong Joon-ho e Tarkovsky hanno compreso che la fantascienza non serve a raccontare il futuro, bensì il presente attraverso il filtro dell’immaginario. In questo modo, i loro film invecchiano diversamente dagli altri: non diventano storie di ieri, ma tornano continuamente ai giorni nostri, come se ci stessero aspettando qui e adesso.



