Paper Tiger è il ritorno di James Gray a quello che sa fare meglio: raccontare la tragedia greca attraverso le strade di New York, questa volta riportandoci al Queens del 1986, dove due fratelli agli antipodi si ritrovano invischiati in un affare che promette ricchezza ma consegna solo rovina.
Il film arriva in Concorso a Cannes 79, unico titolo hollywoodiano di questa edizione, e già dalla citazione iniziale dell’Agamennone di Eschilo—“Ci sia una ricchezza senza lacrime: tanto basta all’uomo saggio”—capisce che Gray non ha intenzione di fare sconti. Quello che segue è un noir crepuscolare sulla famiglia, il malaffare e il fallimento del sogno americano, costruito con la stessa metodicità che ha caratterizzato Little Odessa, The Yards e I padroni della notte.
Due fratelli, due vite, una sola fine
Adam Driver è Gary, un ex poliziotto che vive ai margini, dedito ad affari non sempre cristallini. Miles Teller è invece Irwin, ingegnere e padre di famiglia che vuole farsi strada legittimamente attraverso un progetto di depurazione e riqualificazione di un canale cittadino. Quando Gary lo trascina in un progetto che puzza già di mafia russa, il confine tra ambizione e auto-distruzione diventa sottilissimo. Scarlett Johansson interpreta Hester, la moglie di Irwin: un personaggio che potrebbe sembrare secondario sulla carta, ma che nell’economia della tragedia greca che Gray stende sullo schermo acquisisce proporzioni tutt’altro che marginali.
Ciò che distingue Paper Tiger dalla rappresentazione più cinica del sogno americano—quella dei fratelli Coen in Fargo, per esempio—è la qualità della grana narrativa. Gray preserva una morbidezza quasi eastwood iana, una romanticità che resiste nonostante il baratro si apra sotto i piedi dei protagonisti. Non c’è cinismo crudo qui, ma una luttuosità sotterranea che scava in silenzio, senza mai perdere la bussola nemmeno quando il racconto intravede la sfortuna più feroce.
L’epicedio della borghesia americana
Paper Tiger è, in fondo, un funerale della piccola e media borghesia americana. I protagonisti finiscono schiacciati dalle circostanze avverse, dalle conseguenze di un mercato nero che non ha pietà per le buone intenzioni. Quello che Gray mette a nudo è la contraddizione fondamentale: questa classe è incapace di trovare legittimazione economica reale perché condannata a desiderare all’infinito, a inseguire lo status, a obbedire a un ideale consumistico che la spinge costantemente verso un’oasi illusoria di ricchezza.
Non è un’idea nuova per Gray—ne ha già scolpito il profilo in Armageddon Time, il suo memoir d’infanzia che lo ha riportato alle strade del Queens dove è cresciuto. Ma qui la storia della fratellanza acquista una risonanza ancora più profonda, perché il legame familiare non è soluzione, è la trappola stessa. Due fratelli che invece di salvarsi a vicenda finiscono per trascinarvisi reciprocamente nel baratro.
Tutto scorre in maniera familiare, contrita, ordinaria. Non ci sono fuochi d’artificio, non c’è spettacolo. Solo la vita di uomini che cercano di attraversare il 1986 newyorkese senza finire tra i denti della storia, e naturalmente non ce la fanno.


