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"La Vénus électrique" — Recensione

Recensione

Cannes 2026

"La Vénus électrique" — Recensione

4.0 su 5
2026 2h 2m CommediaDrammaStoria

Pierre Salvadori apre Cannes 79 con una commedia burlesque ambientata nella Parigi degli anni '20. Pio Marmaï e Anaïs Demoustier in stato di grazia, fra cabaret, manichini elettrici e amore. Funziona alla grande.

di Alessio Valtolina ·

Aprire il Festival di Cannes con una commedia è una scelta politica. È un modo per dire: il cinema d’autore non è solo dolore, alienazione e capitalismo che corrode l’anima. È anche il piacere di ridere. Pierre Salvadori — regista francese che alcuni di voi conosceranno per “Tomboy” (2012) o “En liberté!” (2018), perfetto specialista della commedia intelligente — è stato scelto dal direttore artistico Thierry Frémaux per inaugurare la 79ª edizione. E ha consegnato uno dei suoi film migliori.

“La Vénus électrique” è ambientato nella Parigi degli anni Venti, in pieno fervore tecnologico ed elettrico, quando l’elettricità sembrava avere il potere di cambiare letteralmente il mondo. Pio Marmaï — quello dei manifesti di “Mio papà” e di “Tutta colpa del paradiso”, per intenderci — interpreta un fisico-inventore che ha trovato il modo di animare manichini con scariche elettriche. Anaïs Demoustier è una giovane danzatrice di cabaret che scopre il suo segreto e capisce subito il potenziale. Gilles Lellouche e Vimala Pons completano un quartetto che funziona come un orologio svizzero.

Cosa funziona

Prima di tutto: il film fa davvero ridere. Lo dico perché in commedia è la cosa più rara del mondo. Ridere in sala, ridere insieme, ridere senza vergogna — non capita spesso con il cinema francese contemporaneo, che spesso scivola nel cabaret-da-camera per pubblico borghese. Salvadori invece costruisce gag fisiche, equivoci, scene di slapstick che ricordano i tempi d’oro di Pierre Étaix e — se vogliamo allargare — Buster Keaton. Marmaï è il corpo perfetto per questa fisicità: alto, magro, gli occhi spalancati come uno che sta scoprendo l’elettricità per la prima volta.

La Demoustier è la sorpresa. Vista finora in film come “Anatomie d’une chute” o “Le ali della libertà”, qui dimostra una vena comica che pochi sospettavano. La sua danzatrice non è la classica musa passiva del fisico-genio: è lei a guidare la storia, a piegare il talento di lui ai propri fini, a capire prima di tutti che il vero spettacolo non è la scienza ma l’illusione. È un personaggio scritto con intelligenza, quasi femminista senza esserlo programmaticamente.

L’ambientazione è uno dei punti di forza: la fotografia di Julien Poupard (lo stesso di “Les Misérables” di Ladj Ly, ma qui in tutt’altro registro) ricrea una Parigi in seppia, con accenti di colore che esplodono nelle scene di cabaret elettrico. Le scenografie ricordano “Hugo Cabret” di Scorsese e — passatemi il paragone — certi momenti di “Midnight in Paris” di Allen, ma con una vena meno turistica e più carnale.

L’unico problema

I 122 minuti sono un filo troppo lunghi. Si sente nel terzo atto, dove il film vira verso il sentimentale più del necessario — un difetto ricorrente di Salvadori, che ogni tanto cede alla tentazione del finale “morale” quando la commedia avrebbe retto benissimo da sola. Con dieci minuti in meno sarebbe stato ancora più brillante. Ma è un peccato veniale.

Per chi non conosce il cinema di Salvadori, questo è il film giusto per scoprirlo: è la sua opera più ambiziosa, ma anche la più accessibile. Per chi lo seguiva già, è la conferma che dopo qualche film minore (l’ultima fatica del 2022 era stata accolta tiepidamente) il regista è tornato in forma piena. Tirando le somme: se ami la commedia romantica intelligente, fiondatevi. Se ti era piaciuto “The Artist” o “Midnight in Paris”, troverai un parente francese di livello.

“La Vénus électrique” è al cinema dal 14 maggio 2026 (distribuito da Lucky Red in Italia).

Pregi

  • Pio Marmaï è il fisico-inventore perfetto, fra Buster Keaton e Romain Duris
  • Anaïs Demoustier porta una grazia comica che non si vedeva in commedia francese da anni
  • Gilles Lellouche e Vimala Pons sono spalle di lusso
  • Salvadori scrive una commedia che funziona senza essere mai cinica

Difetti

  • I 122 minuti sono un filo troppi: 10 minuti in meno e sarebbe ancora più brillante
  • Il finale, come spesso in Salvadori, vira verso il sentimentale più del necessario
4.0 su 5

Verdetto

La commedia francese che mancava da anni. Salvadori torna ai livelli di 'Tomboy' e 'En liberté!', con un cast che fa sembrare facile quello che è difficilissimo: una commedia romantica che fa davvero ridere.