Quando un regista italiano viene selezionato per aprire il Festival di Cannes, il peso simbolico della scelta pesa tanto quanto la qualità del film stesso. Salvadori lo sa, e con “La Venus eléctrique” ha deciso di non scappare davanti alla responsabilità: ha portato una commedia romantica farsesca che gioca consapevolmente con l’inganno e la poesia, genere che al Palais des Festivals potrebbe sembrare quasi controcorrente rispetto alla serietà autoriale che domina la selezione di quest’anno (basta guardare i nomi in concorso: Farhadi, Almodóvar, Kore-eda, Hamaguchi).
Ma qui sta l’intelligenza della scelta curatoriale — e probabilmente anche di Salvadori. Cannes 79 si muove in tutte le direzioni, confermando una politica espansionistica che non esclude il piacere, anzi lo mette al centro, consapevole che il cinema è fatto anche di quei momenti dove la finzione diventa il vero soggetto della storia. “La Venus eléctrique” non è ingenua: sa quello che fa, sa di giocare, sa che il pubblico sa che sta giocando. È un patto narrativo costruito con precisione, dove l’inganno non è un tradimento ma una delle forme più nobili della commedia.
Quattro attori straordinari portano sulle spalle questa struttura narrativa. Il sottoscritto non ha visto il film in sala, ma la descrizione che arriva da Cannes è inequivocabile: c’è una levità, una sicurezza nel gioco che richiedeva interpreti capaci di danzare sulla corda tesa tra il comico e il sentimentale senza mai cadere né da una parte né dall’altra. In una commedia così costruita, l’attore rischia di scivolare facilmente verso l’eccesso o l’affettazione. Qui no. La sensazione è quella di quattro professionisti che capiscono il linguaggio di Salvadori e lo amplificano, lo rispecchiano, lo trasformano in qualcosa di più grande rispetto alle parole scritte sulla carta.
Sotto il profilo registico, quello che emerge è uno sguardo che ricorda certi momenti del cinema italiano più consapevole di sé: non c’è pudore nel riconoscere che la commedia è un genere, che la farsa ha le sue regole, che la poesia può abitare tranquillamente dentro una struttura narrativa costruita per far ridere. È il cinema che non si vergogna di guardare a Sorrentino, ma anche a quella tradizione italiana che sa che il melodramma e la commedia condividono lo stesso DNA emotivo, solo che uno grida e l’altro sorride.
Certo, il rischio esiste: in un festival come Cannes, con il peso di tutte quelle sezioni parallele, la Quinzaine che pullula di scoperte, il mercato che freme sotto i piedi del Palais, un film come questo potrebbe essere sovrastato dalla grandeur generale della kermesse. Cannes non è a misura d’uomo, e nemmeno di film singoli — è una macchina che ingoia tutto e sputa fuori narratives, titoli per i telegiornali, strategie distributive. “La Venus eléctrique” dovrà competere non solo con gli altri film in concorso (e di talento ce n’è parecchio, da Almodóvar a Farhadi), ma soprattutto con la distruzione mediatica del festival stesso.
Ma ecco: la scelta di aprire con una commedia intelligente, con quattro attori che sanno quello che fanno, con un regista che non scappa dalla responsabilità della farsa e della poesia, è un segnale che il festival ha ancora spazio per il piacere, per la finzione consapevole di sé, per quel genere di cinema che sa giocare. In fondo, l’inganno più nobile è quello che ci fa ridere e ci fa sentire meno soli contemporaneamente.
“La Venus eléctrique” è al cinema da maggio 2026.



