Quando una rom-com rinuncia a fingersi dramma sentimentale e abbraccia la propria natura con consapevolezza, merita almeno il rispetto di chi la guarda. “Non è un paese per single” fa esattamente questo: prende il DNA di Jane Austen, lo cala nelle colline toscane, e lo affida a Laura Chiossone con una precisione che ricorda più il mestiere antico della commedia che le contorsioni melodrammatiche del presente.
Il film lavora su quella geometria narrativa ben nota ai lettori di Austen e ai frequentatori di streaming: due persone che si conoscono da sempre, si scopano—metaforicamente, nel senso di rompono la relazione—e devono imparare a convivere con il disordine che ne è seguito. Il “friends-to-enemies-to-lovers” è talmente codificato che ormai ha i propri geroglifici narrativi, ma Chiossone riesce a portare una densità emotiva autentica alla transizione, soprattutto quando il film arriva alla fase del riconoscimento. Non è teatrale, non è urlato; è solo una persona che capisce qualcosa di fondamentale sulla propria vita e lo comunica con lo sguardo.
Quel che colpisce, in realtà, è come il paesaggio toscano non sia ridotto a cartolina. Le colline, i caldi ocra e siena della fotografia, l’architettura rurale: tutto concorre a creare una sorta di prigione dorata per questi personaggi che non riescono a stare insieme e non riescono nemmeno a stare lontani. C’è un’idea di isolamento affettivo che la geografia del film non tradisce. Non è Sorrentino, sia chiaro, ma c’è cognizione nel modo in cui la regia (senza ostentazione tecnica) usa lo spazio per raccontare il conflitto interiore.
Il retrogusto Austen non è una citazione; è una struttura. La progressione della consapevolezza reciproca segue quella logica di gradualismo che Austen praticava: non c’è grande scena di rottura, non c’è confessione lacrimosa—c’è l’accumulo di momenti micro, di fraintendimenti che si dissolvono, di riconoscimenti che arrivano quando meno te li aspetti. È il contrario del melodramma contemporaneo, che preferisce gli strappi e le crisi. Qui il film procede con la pazienza di chi sa che il tempo è uno dei suoi alleati narrativi.
Il problema, se proprio vogliamo trovarlo, è che tutto questo rigor di genere finisce per essere anche prevedibile. I beat della rom-com sono ben riconoscibili; il film li onora tutti, nessuno viene saltato, nessuno viene deformato in modo significativo. Non è un difetto clamoroso—Austen stessa lavorava dentro convenzioni rigidissime—ma significa che chi conosce il genere non avrà sorprese strutturali. Il primo atto, in particolare, sceglie il ritmo della costruzione lenta, che è una scelta legittima ma non sempre redditizia dal punto di vista della tensione emotiva.
Per il resto, c’è mestiere. La dialettica tra i personaggi non è brillante, ma è credibile. Il cast attorno a Chiossone funziona senza strafare. La colonna sonora conosce i propri limiti e non tenta di supplire a carisma che non possiede. Insomma, è il film che è. Non si dilata, non si contorce, non prova a essere qualcosa di più di quello che gli riesce bene.
“Non è un paese per single” è al cinema da questa settimana.



