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"Krakatoa" — Recensione

Recensione

Roma 2025

"Krakatoa" — Recensione

3.5 su 5
2026 1h 19m AzioneDrammaDocumentario

Carlos Casas torna ai territori estremi con un viaggio allucinatorio intorno al vulcano indonesiano. Trip psichedelico senza dialoghi, tra deriva e discesa nelle viscere della Terra.

di Alessio Valtolina ·

Quando un regista europeo decide di voltare lo sguardo verso l’Indonesia per raccontare un’epopea primitiva, sa già di stare cavalcando un’onda che passa in continuazione dal documentario allo sperimentale. Carlos Casas, filmmaker catalano con una filmografia che ama frequentare i margini della rappresentazione — Cemetery per esempio — affronta qui il mito di Krakatoa non come cronaca o didascalismo, bensì come esperienza estatica, quasi psichedelica. “Krakatoa” è il racconto di un naufragio, di un pescatore giavanese che si ritrova sulle rovine vulcaniche indonesiane e inizia una discesa nel ventre della Terra, un viaggio che si consuma senza una battuta di dialogo, solo attraverso l’immagine.

La scelta del silenzio è quella giusta. Guardare un uomo solo, in barca, poi su un’isola devastata, mentre cerca cibo e acqua, mentre scansa varani di Komodo e approfonda il suo cammino nelle caverne: tutto questo acquista una forza primitiva, quasi archeologica, senza la mediazione della parola. Casas apre il film con un avvertimento destinato ai fotosensibili — scelta che rimanda subito a “Samsara” di Lois Patiño, quella meditazione buddhista sul ciclo della reincarnazione che anch’essa giocava con il ritmo ipnotico delle immagini. Qui il ritmo è simile: inquadrature dall’alto della piattaforma galleggiante (il bagan indonesiano), passaggi dal microscopico al macroscopico, dal plancton ai pesci, dalla deriva umana ai paesaggi vulcanici visti come entità quasi cosmiche.

Il merito di Casas è di aver scelto location autentiche — non solo l’Indonesia reale, ma anche l’Islanda per estendere la gamma dei paesaggi vulcanici — e di aver affidato il ruolo principale a Roni Hensilayah, un vero sopravvissuto a un’eruzione dell’Anak Krakatau, il “Figlio di Krakatoa” emerso dal mare nel 1927. Questa scelta aggiunge uno strato di realtà al progetto: il protagonista non recita un’epopea, la incarna attraverso il corpo, il movimento, la resistenza. Il film trasuda di quel tipo di verità non recitata che Herzog perseguiva nei suoi documentari più estremi.

Tuttavia, tagliamo corto: il film ha anche difetti non trascurabili. L’anacronismo stilistico della t-shirt moderna con inscrizioni runiche — presumibilmente un rimando a “Viaggio al centro della Terra” di Verne — crea una confusione temporale che il testo non scioglie mai pienamente. Si legge che gli eventi si collocano dopo l’eruzione del 1883, eppure il protagonista veste con naturalezza da contemporaneo. È un’ambiguità che potrebbe funzionare come defamiliarizzazione, ma si sente più come un’indecisione progettuale. Per il resto, la narrazione è volutamente vaga, ellittica: non c’è trama nel senso classico, non c’è conflitto articolato. È tutto atmosfera, impressione, viaggio dell’occhio. Per chi ama il cinema sperimentale immersivo, è una scelta coraggiosa; per chi cerca una struttura narrativa, è un’esperienza che rischia di risultare dispersiva, seducente ma sfuggente.

Il film è stato presentato al 25° Festival Internacional de Cine de Las Palmas de Gran Canaria nella sezione Canarias Cinema Largometrajas, ed era stato programmato anche a Rotterdam in doppia versione: film e videoinstallazione con musica dal vivo. Quella dimensione installativa è rivelatrice: il materiale non è concepito solo per la sala cinematografica tradizionale, ma per essere esperienza totale, ambientale. Su quella scala, il non-dialogo, l’assenza di trama, l’insistenza su immagini quasi astratte di paesaggi e corpi diventa più consapevole, più necessaria.

Insomma, “Krakatoa” è un film che fiondatevi a vedere se amate il cinema di ricerca, se il nome di Lois Patiño o Werner Herzog vi dice qualcosa di positivo, se siete disposti a far prevalere l’atmosfera e l’immersione sulla spiegazione. Non è un’opera banale, e non è neppure brutto brutto — tutt’altro. È audace, è visivamente stratificato, è interessato a confini reali tra uomo e natura. Ma è anche un’opera che sa che il suo pubblico è un pubblico colto, consapevole di cosa significhi scegliere il documentario d’artista sul cinema di narrazione. Se quella è la vostra terra, fiondatevi. Se cercate significato più compatto e chiaro, aspettate.

Krakatoa è stato presentato al Festival Internacional de Cine de Las Palmas de Gran Canaria e in precedenza a Rotterdam.

Pregi

  • Atmosfera psichedelica e immersiva, avviso per fotosensibili incluso
  • Scelta del non-dialogo crea tensione primitiva e universale
  • Locations autentiche: Indonesia e Islanda per paesaggi estremi e credibili

Difetti

  • Narrativa vaga e frammentaria può risultare dispersiva
  • Anacronismo stilistico (t-shirt moderna) crea confusione temporale
  • Rischio di prevalere l'esotismo visivo sulla profondità umana
3.5 su 5

Verdetto

Un'odissea visionaria che affascina per audacia formale, ma il simbolismo vulcanico resta più suggestivo che strutturato.