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"90 Meters" — Recensione

Recensione

"90 Meters" — Recensione

4.0 su 5
2026 1h 56m Dramma

Nakagawa racconta con pudicizia straziante il carico di chi assiste un genitore malato. Un film sincero, mai retorico, che trasforma il dolore in bellezza senza scorciatoie sentimentali.

di Alessio Valtolina ·

Quando un film tocca temi tanto delicati quanto universali – la malattia, la responsabilità, il senso di colpa, la rinascita – c’è il rischio concreto di scivolare nella retorica più becera, in quella sentimentalità da lacrime facili che trasforma il dolore umano in spettacolo da consumare comodamente al cinema. Shun Nakagawa con “90 Meters” fa l’esatto opposto. E in questo risiede tutta la sua forza straordinaria.

Il film è parzialmente autobiografico, cosa che si avverte in ogni singolo frame, in ogni dialogo, in ogni scelta compositiva. Non c’è niente di casuale qui. Prendiamo l’incipit: una partita di basket fra bambini, uno scatto finale, una tripla che non entra. Due messaggi contrapposti e perfetti – quello dell’allenatore che insegna a non arrendersi, quello della madre che permette il pianto come testimonianza dell’impegno profuso. In novanta secondi Nakagawa ti piazza davanti il tema centrale: la forza e la disperazione non sono opposti, sono complementari. E da lì in poi, il film non tradisce questa promessa iniziale.

Tasuku è uno studente dell’ultimo anno delle superiori costretto a mettersi in pausa dalla vita per assistere sua madre Misaki, affetta da SLA. Non è una situazione da film di tendenza, piuttosto è il quotidiano agghiacciante di migliaia di persone: cucina, pulizie, aiutare la madre di notte, la squadra di basket abbandonata, i voti a picco, il futuro che diventa una parola senza senso. Quando l’assistenza domiciliare si intensifica, arriva la possibilità di tornare a studiare, di ricominciare. Ma qui entra in campo la domanda autentica del film, quella che non ammette risposte facili: puoi davvero abbandonare tua madre per inseguire un sogno, senza essere divorato dal senso di colpa?

Quello che colpisce di “90 Meters” è la sua capacità di descrivere con precisione millimetrica lo stravolgimento emotivo e quotidiano di chi è caregiver di un familiare malato. Non ci sono scene spettacolari, non ci sono momenti di epica sofferenza costruiti ad arte per commuovere il pubblico. C’è invece la verità: il peso silenzioso, il carico fisico e mentale, l’incomunicabilità che nasce quando una malattia degenerativa trasforma il genitore in qualcosa che non è più quello che era, ma che rimane comunque quello che ami. Nakagawa non scappa da questi dettagli, anzi li affronta con una dedizione assoluta, quasi ossessiva. E in questo rigore risiede la bellezza del film.

Ci sono momenti strazianti, sì, ma mai morbosi. C’è la dolcezza della riconnessione con i compagni di squadra, mediata dalla manager Matsuda che capisce, senza bisogno di spiegazioni, quali siano i veri motivi dell’assenza di Tasuku. Non hanno bisogno di sapere della malattia della madre; hanno solo bisogno di capire che il loro amico ha avuto bisogno di loro e della loro amicizia. È una forma di umanità rara, quella che il film propone: il rispetto del privato, il riconoscimento del dolore altrui senza violarlo con domande indiscrete. Una dedizione all’altro che rispecchia, come sottolineato dalle fonti, l’intera cultura nipponica, ma che trascende i confini geografici perché è semplicemente umana.

Il percorso che il film traccia – dolore, responsabilità, accettazione, incomunicabilità, empatia, altruismo, rinascita – non segue schemi melodrammatici preconfezionati. Non c’è il momento in cui tutto si risolve, il miracolo medico, la riconciliazione lacrimosa. C’è invece un lento, sofferto percorso verso l’accettazione di una realtà che non cambierà, ma che può essere affrontata diversamente. La rinascita non è il ritorno a come eravamo prima, ma la possibilità di continuare a vivere dentro il nuovo equilibrio che la malattia ha imposto. È struggente e dolcissimo nello stesso tempo, tagliando corto da ogni possibile pietismo.

Nakagawa mantiene una distanza pudica dal materiale narrativo, cosa che potrebbe sembrare fredda ma che invece garantisce al film una sincerità rara. Non cerchiamo il capro espiatorio, non drammatizziamo per effetto, non cerchiamo il nemico esterno da combattere. La malattia è semplicemente il dato di realtà contro cui il film misura la capacità umana di amare, di sacrificarsi, di riprendere in mano i propri sogni senza tradire chi dipende da noi. È questa la vera battaglia che il film rappresenta, e Nakagawa la filma con la gravità che merita, senza eccessi retorici.

Il film è stato presentato al 28esimo Far East di Udine poche settimane dopo l’uscita nelle sale giapponesi, ed è una visione rilevante non per le sue ambizioni stilistiche – che ci sono, ma rimangono al servizio della storia – bensì per la sua capacità di trasformare un tema potenzialmente devastante in cinema che non scappa dalla difficoltà ma la affonda, la comprende, la rappresenta come parte costitutiva dell’amore. Non è una visione comoda, insomma. Ma è imprescindibile.

Il sottoscritto non può che raccomandarvi di fiondarvici, preparandovi però ad uscire dal cinema non leggeri, ma trasformati, con la sensazione di aver guardato qualcosa di veramente importante.

Pregi

  • Precisione emotiva nel descrivere la quotidianità del caregiver
  • Assenza totale di retorica o morbosità melodrammatica
  • Struttura narrativa che bilancia disperazione e rinascita con equilibrio raro

Difetti

  • La potenza del tema rischia di affaticare psicologicamente lo spettatore
  • Ritmo deliberatamente lento che non è per tutti
4.0 su 5

Verdetto

Un capolavoro di sincerità. Nakagawa trasforma il dolore in cinema puro, senza scorciatoie. Imprescindibile, anche se straziante.