Quando un regista come David Lowery firma un film con la A24 dopo aver girato il live action di Peter Pan per Disney, sai che qualcosa di strano sta per accadere. E infatti Mother Mary è tutto fuorché un blockbuster: è un’indagine psicologica sulla schiavitù del corpo nella cultura pop contemporanea, una cosa che ronza intorno come un insetto fastidioso ma affascinante, senza mai decidersi se essere horror, thriller o esperimento estetico puro.
La premessa è semplice ma potente. Anne Hataway interpreta Mother Mary, una popstar mondiale di cui non sapremo mai il vero nome, un corpo trasformato in brand, immagine, spettacolo di massa. Dopo un incidente tragico durante un concerto che l’ha quasi distrutta – sia fisicamente che mentalmente – scappa dalla ribalta verso la campagna inglese, nella casa di Sam Anselm, stilista e vecchia amica (interpretata da una presenza ancora tutta da scoprire). Qui, mentre si prepara a un ritorno trionfale sulle scene, accade quello che accade: frammentarietà temporale, echi di traumi, possessioni metaforiche che Lowery trasforma in una danza dialettica tra due donne intrappolate in una dinamica di dipendenza e desiderio.
Tagliamo corto: Lowery ha rubato a piene mani dalle iconografie di Taylor Swift, in particolare dalla Reputation era. Il serpente sul braccio, le coreografie che mescolano eleganza e animalità, le corone sofisticate ma opprimenti – tutto c’è. È una scelta consapevole, lo ha detto lui stesso, e funziona come specchio della nostra contemporaneità ossessionata dall’immagine della popstar. Il problema è che il film non sa bene se vuole essere un’accusa, una celebrazione, o semplicemente un ritratto estetico. Oscilla tra il videoclip musicale e il thriller psicologico, tra la perturbazione di Roman Polański (il riferimento è azzeccato) e qualcosa di più sfuggente, meno concreto.
Hataway è fenomenale nel ruolo. Porta sulle spalle tutto il peso di questa costruzione di corporalità, fragile ma determinata, ossessionata ma consapevole. È un’interpretazione che dimostra come sia ancora capace di fare cinema serio, lontano dai soliti comprimari glitterati di Hollywood. Quello che la sottoscritta apprezziamo di questo film è proprio lo scambio dialettico tra le due protagoniste, il modo in cui Lowery imposta le loro dinamiche come una coreografia mentale, il come il corpo di Mother Mary diventa un territorio d’inchiesta su quanto del sé vi rimanga intatto.
Ma – e qui arrivano i problemi – il film si diletta così tanto nella metafora, nella frammentarietà estetica, nella contaminazione tra amatoriale e professionale, che talvolta dimentica di avere una storia vera da raccontare. Il finale solleva più domande di quante ne risolva, e non nel modo che ti lascia affascinato bensì frustrato. Ci si trova a chiedersi, esattamente come suggerisce la fonte, se alla fine “sia tutto qua”, se non converrebbe dare un po’ più di materia, di sostanza concreta a questi spettri metaforici. Per il resto, Lowery mantiene il suo tocco personale – quell’ossessione per i traumi, la percezione temporale distorta, gli errori del passato che tornano a perseguitare il presente – ma qui sembra meno urgente, più decorativo.
L’atmosfera disturba, le immagini ipnotizzano, il sound design è impeccabile. Però insomma, è un’opera che sa come vestirsi bene ma non sa sempre dove andare. Fiondatevi a vederlo se amate il cinema che non ama facile le soluzioni, se vi interessa come Lowery decida di fotografare l’ossessione moderna per i corpi femminili celebri. Ma non aspettatevi risposte: aspettatevi piuttosto domande che ronzano nella vostra testa per giorni, domande che non trovano una casa sicura.



