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"Noi due sconosciuti" — Recensione

Recensione

"Noi due sconosciuti" — Recensione

4.0 su 5
2025 1h 39m CommediaDramma

Askevold costruisce una commedia morale dove la ricerca del donatore anonimo diventa occasione per esplorare la fragilità degli affetti contemporanei, senza mai scivolare nel melodramma.

di Alessio Valtolina ·

Quando un film affronta il tema della maternità scelta in solitudine, partendo da una premessa potenzialmente melodrammatica, il rischio di scivolare nel facile è dietro l’angolo. Janicke Askevold non ha quella tentazione. Con “Noi due sconosciuti” la regista norvegese costruisce invece una commedia morale trattenuta, percorsa da un’ironia sottile e da un’inquietudine affettiva che cresce organicamente, senza forzature. Il film parte brillante – una madre single rintraccia il donatore anonimo grazie al quale è nato suo figlio – e la conduce verso un territorio ben più complesso, dove la curiosità diventa bisogno, la menzogna si trasforma in relazione, e ogni definizione familiare mostra la propria insufficienza. Tagliamo corto: è cinema che ripudia il manifesto per abbracciare l’ambiguità.

Edith è una giornalista norvegese che cresciuto il piccolo Sigurd da sola, frutto dell’inseminazione artificiale. La sua scelta di maternità, compiuta fuori dalla forma tradizionale della coppia, sembra aver trovato un equilibrio possibile tra lavoro, amicizie e responsabilità quotidiane. Ma con il passare del tempo nasce dentro di lei una domanda sempre più insistente: chi è l’uomo da cui proviene una parte del figlio? Quali tratti, quale voce, quale modo di stare al mondo potrebbero riaffiorare in Sigurd? Attraverso un fascicolo e una registrazione audio, Edith risale a Niels, l’uomo che anni prima aveva donato il proprio seme senza immaginare che quella scelta potesse tornare sotto forma d’incontro. Per avvicinarlo, Edith finge di volerlo intervistare per un articolo sulla sua azienda. La piccola menzogna iniziale diventa così il varco attraverso cui nasce una relazione inattesa, fatta di imbarazzo, curiosità, attrazione, esitazioni e mezze verità.

La forza del film nasce soprattutto dal peso specifico dei due interpreti. Lisa Loven Kongsli costruisce Edith come una figura contraddittoria, capace di coraggio e d’imprudenza, di amore e di controllo: la sua è una madre che non pretende di essere pura, che sbaglia per cercare verità, che confonde il diritto di sapere con il diritto di possedere. Herbert Nordrum dona a Niels una dolcezza esitante, laterale, mai caricaturale – uno di quegli attori che fa più cose con lo sguardo che con le parole, e qui il mestiere è tutto. Intorno a loro Askevold compone un racconto fatto di piccoli scarti, pause, imbarazzi e omissioni. Non c’è un momento in cui il film alzasse la voce, in cui una scena fosse costruita per il colpo scenico. Ogni dettaglio – lo smarrimento di Edith quando capisce che Niels comincia a sentire qualcosa, il momento in cui Niels percepisce l’inganno, la fatica di Sigurd nel far stare insieme pezzi di una storia che lo riguarda senza che lui l’abbia mai chiesto – emerge dalla progressione naturale delle relazioni.

La qualità più preziosa di “Noi due sconosciuti” è la misura. Il film racconta il momento in cui un legame inatteso chiede di essere nominato, senza pretendere di possederlo. Askevold sa che la vera tensione non sta nel”scopri il segreto”, bensì nel “cosa fare quando il segreto non è più tale”. Mentre Edith cerca nel volto di Niels una possibile immagine futura del figlio, il rapporto tra i due si fa progressivamente più fragile e ambiguo, sospeso tra intimità e inganno, tra desiderio di conoscenza e violazione dell’altro. L’ingresso di Niels nella vita di Edith rimette in movimento amici, famiglia, ruoli e definizioni, costringendo tutti a interrogarsi su cosa significhi essere madre, padre, donatore, figlio, famiglia. Quando la verità si avvicina, ciò che era nato come ricerca privata diventa una prova morale: capire se un legame nato fuori tempo possa trovare un posto senza trasformarsi in possesso, senza cancellare la libertà di Edith e senza imporre a Sigurd una forma affettiva già decisa dagli adulti.

Per il resto, il film ha il ritmo di chi sa che la vera regia sta nel non fare rumore. Niente violini, niente scene di crisi costruite per l’applauso del festival. Askevold lascia che il tema delle nuove famiglie emerga senza manifesto ideologico, anzi: il film è interessato a mostrare quanto quelle famiglie siano fragili quanto le altre, quanto siano fatte di buone intenzioni sfiorate dall’egoismo, di amore sincero mescolato con la paura. Una scelta compiuta in solitudine può continuare a vivere molto tempo dopo il momento in cui è stata fatta, e quel peso specifico – né sentimentale né freddo – è quello che “Noi due sconosciuti” riesce a catturare con una gentilezza che è ancora più penetrante perché non insiste.

“Noi due sconosciuti” è al cinema dal 6 febbraio 2025.

Pregi

  • Regia misurata e senza enfasi, che affida tutto alla profondità psicologica dei personaggi
  • Interpretazioni impeccabili di Kongsli e Nordrum, due adulti imperfetti e credibili
  • Tema delle nuove famiglie affrontato senza manifesto ideologico, con ironia e complessità

Difetti

  • Ritmo a tratti lento potrebbe mettere a disagio chi cerca una drammaturgia più convenzionale
  • Alcuni passaggi affidati troppo al non-detto potrebbero risultare ermetici
4.0 su 5

Verdetto

Una riflessione gentile e penetrante su legami inattesi e definizioni familiari fragili. Cinema che ripudia la facilità.