Caos come stile
The WONDERfools è una serie che sa esattamente cosa è: una commedia di provincia ambientata nel 1999 dove il caos non è un difetto narrativo, ma il tema centrale. Hwaseong, piccola città coreana, paranoia per il Millennium Bug, culto religioso sospetto, e poi — boom — un gruppo di sconosciuti si ritrova improvvisamente con superpoteri inspiegabili. Il film non si pone la domanda “come è possibile?” nel modo serio e lungo che farebbe una serie di supereroi classica. Invece chiede: “e ora cosa facciamo?” È una distinzione sottile ma fondamentale.
Al centro c’è Eun Chae-ni, una ragazza con un cuore malandato, il carattere instabile, e una nonna che probabilmente nasconde più segreti di quanto ammetterebbe. Non è Wonder Woman. Non è nemmeno una versione ironica di Wonder Woman. È solo una ragazza che all’improvviso può fare cose strane, e questo la confonde quanto confonde lo spettatore. Insieme a lei c’è un fioraio e altri personaggi che non sembrano esattamente preparati a salvare il mondo — perché infatti non vogliono farlo, e spesso non ne hanno la capacità.
Cosa funziona davvero
La forza della serie è di aver compreso una cosa che molte commedie supereroistiche dimenticano: non hai bisogno che il pubblico capisce perché i tuoi personaggi hanno poteri. Hai bisogno che capisce chi sono loro. The WONDERfools spende gran parte dei suoi otto episodi a far convivere questi due mondi — il Millennium Bug che assale una piccola provincia coreana con paranoia collettiva, e un gruppo di gente normale che scopre improvvisamente di poter fare cose anomale — senza darsi una gran pena di collegarli logicamente. Funziona perché il tono è coerente: se il resto del mondo è nel panico, perché il gruppo dei nostri protagonisti dovrebbe essere coerente e ordinato? Il caos esterno trova il suo specchio nel caos interno della trama.
Il contesto storico non è solo sfondo — è respiro narrativo. L’idea che tutto stia per finire il 31 dicembre 1999 (il Millennium Bug) aggiunge una fretta, un’urgenza che giustifica anche perché nessuno ha tempo di spiegare niente a nessuno. È un dettaglio intelligente che pochi avrebbero sfruttato così bene. La paranoia collettiva, il culto religioso della Chiesa dell’Eterna Salvezza (che potrebbe essere seria o complice nel caos, non è mai del tutto chiaro — e questa ambiguità è un pregio), le sparizioni misteriose: tutto si intreccia in un groviglio che la serie non prova a dipanare ordinatamente.
Cosa non torna
Ma il caos ha un prezzo. Ci sono momenti in cui la confusione diventa davvero confusione, non più stile. Quando più trame si intrecciano senza che il pubblico abbia appigli chiari per seguire il filo, rischi di perdere persone. Il ritmo serrato aiuta — gli otto episodi scorrono veloce, e una serie che vuol confondere al massimo deve avere il buonsenso di non annoiare — ma non è garantito che tutti seguiranno con uguale attenzione.
L’arrivo dei superpoteri è gestito con la massima casualità: appaiono, basta. Non c’è una spiegazione logica che tenga, e per chi ama i supereroi di Marvel o DC (dove c’è almeno un tentativo di “scienza”) sarà frustrante. Ma ancora una volta, questa è una scelta intenzionale: in una commedia di provincia dove tutto crolla, perché dovrebbe arrivarci una spiegazione coerente? È parte del divertimento.
Alcuni personaggi restano abbozzati — soprattutto la nonna ha il profilo per essere più centrale di quanto la serie le consente. C’è qualcosa di interessante lì, e senti che avrebbe potuto esplodere in un personaggio molto più ricco. Ma forse è anche una questione di tempo: otto episodi non sono tantissimi, e la serie sceglie di privilegiare la propulsione narrativa sulla profondità character-driven.
Chi dovrebbe guardare
Se cerchi una commedia supereroistica che sa di essere disordinata e lo abbraccia senza sensi di colpa, The WONDERfools è per te. È originale, sinceramente divertente, e diversa rispetto alla maggior parte di quello che Netflix produce in questo genere. Non è perfetta — il caos ha dei limiti — ma è consapevole di sé, cosa che raramente capita nelle serie pop.
Se invece ami l’ordine narrativo, la logica consequenziale, o i supereroi come li intende la tradizione hollywoodiana, probabilmente non farai più di tre episodi prima di stufarti. È un rischio calcolato dalla serie, e almeno è onesta nel proporlo.



