Quando una serie animata impiega quasi sette anni tra annuncio e realizzazione, è lecito aspettarsi qualcosa di speciale. Devil May Cry — Stagione 2 arriva su Netflix a soli dodici mesi dalla prima stagione, ma quella lavorazione lunghissima (partita nel 2018) cela un problema di fondo: Adi Shankar sapeva esattamente cosa voleva fare, però non sempre gli strumenti a disposizione gli permettono di farlo al meglio. La stagione 2 conferma questa contraddizione — e la amplifica.
Per chi non conosce il background: Shankar, produttore poliedrico e fan dichiarato della saga Capcom, ha deciso di costruire l’adattamento non come fedele trasposizione dei videogiochi, bensì come storia parallela in un universo alternativo. Questo è stato il punto di frizione più grande con i puristi — un tradimento narrativo che però ha reso la serie accessibile a chi non ha mai toccato un joypad in vita sua. È una mossa azzardata e affascinante al contempo: prendere un’icona del gaming e scardinarla completamente, reinventandola come una sorta di dark fantasy urbano dove la lotta demoniaca è metafora di conflitti molto più terreni. La stagione 1 aveva sfruttato questa premessa con una certa profondità politica, tessendo insieme azione viscerale e satira sociale. La stagione 2 raddoppia la scommessa, però invertendo priorità e accenti.
Dove la stagione 2 trova terreno solido
L’approccio narrativo della nuova stagione è brutale nella sua semplicità: abbandonare parte della dimensione politica per concentrarsi su quello che Devil May Cry sa fare meglio — l’azione pura e semplice. Non è soltanto un cambio di registro, è una dichiarazione di intenti. Shankar sta dicendo: “Ok, abbiamo capito che vi piace lo spettacolo puro. Qui ce ne diamo a gomitate”. E in certi momenti funziona davvero. C’è una solidità nella struttura narrativa della stagione 2 che non tradisce il progetto complessivo, anzi lo radicalizza.
Le sequenze di azione della stagione 2 risultano più dirette e scorrevoli rispetto al primo capitolo, meno appesantite dalle digressioni tematiche. C’è una scena di combattimento nel secondo episodio — Dante che affronta uno dei demoni più potenti circondato da una mandria di subordinati — dove la geometria dello scontro è quasi coreografica. Il montaggio accelera i tempi, i colpi si susseguono con ritmo sostenuto, e per una manciata di secondi senti che la serie sa quello che fa. Non è caotico, non è confuso. È spettacolo costruito con intelligenza. Allo stesso modo, un’altra sequenza nella quale il protagonista attraversa un tempio infernale mostra come Shankar riesce, quando non è ostacolato dalla CGI difettosa, a creare momenti di autentica tensione atmosferica. La camera segue i movimenti di Dante con fluidità, il sound design pulsa di minaccia, e per un attimo senti che questa storia potrebbe davvero diventare qualcosa di memorabile.
Ciò che funziona è anche la scelta di mantenere Dante — il protagonista, la cui voce italiana è quella di un attore professionista che non cerco di imitare, bensì di interpretare — con una psicologia interna più sfaccettata della semplice “il buono uccide i demoni”. Nella stagione 2, il personaggio sviluppa dubbi, conflitti interiori, ripensamenti sulla sua natura. Non è uno sviluppo profondo, ma è sufficiente a dargli corpo. La serie, inoltre, rimane accessibile a chi non conosce i videogiochi originali. Non presuppone conoscenze pregresse, non fa sfoggio di lore inutile. Puoi arrivare senza avere idea di chi sia Mundus o cosa sia la Twinblade, e comunque seguire la trama senza frustrazione. È una scelta generosa dal punto di vista narrativo.
Il peso morto della tecnica
Ma c’è un però — grande, pesante, visibile a occhio nudo. La CGI rimane il tallone d’Achille della serie, non come fenomeno isolato bensì come sintomo di una contraddizione più profonda. Non è questione di budget insufficiente (perché se Shankar ha avuto risorse per tenere il progetto vivo per sette anni, di soldi ne ha avuti). È questione di scelte registiche, di pipeline tecnica, di priorità allocate male rispetto alla visione finale. Quando devi rappresentare il caos demoniaco e la fluidità di uno scontro sovrumano, una animazione che zoppica diventa un’ancora al piede della trama.
Ci sono momenti nella stagione 2 dove la CGI non è soltanto brutta, è controproducente. C’è una sequenza nel terzo episodio dove Dante cade in un vortice dimensionale — il momento dovrebbe essere vertiginoso, ipnotico, perturbante. Invece l’animazione diventa goffa, i movimenti perdono fluidità, e ciò che dovrebbe essere una discesa nell’orrore diventa una scena risibile. Non per colpa del concetto, ma per l’esecuzione tecnica. È come avere un copione solido scritto da un autore capace, ma poi affidare la messa in scena a un regista che non ha gli strumenti per tradurlo in immagini forti. Non è colpa di Shankar — è semplicemente il limite tecnico con cui la serie convive, il prezzo della scelta di affidarsi a team di animazione che forse non erano all’altezza dell’ambizione visiva.
La questione politica e il vuoto che ne nasce
La questione politica è più complessa e merita una discussione seria. La stagione 1 aveva un sottotesto satirico che problematizzava il potere, la corruzione, la lotta di classe mascherata da battaglia demoniaca. C’erano echi di storie come Demon Slayer di Tatsuhiro Yamada ma con uno sguardo molto più acido, molto più consapevole delle dinamiche di potere che muovono il mondo reale dietro la maschera del sovrumano. La stagione 2 alleggerisce tutto questo, privilegiando lo spettacolo all’allegoria. Non elimina completamente il livello politico, ma lo mette a fuoco sfocato, come sfondo.
Alcuni apprezzeranno questa scelta — finalmente una serie che non vortica su sé stessa cercando di essere più profonda di quanto sia. È vero: non c’è nulla di peggio di una storia che si sfonda la porta col petto per dire qualcosa di banale spacciandolo per profondità. Altri sentiranno il fiato corto di una storia che ha rinunciato a mordere, che aveva una possibilità unica (unire azione e satira, spettacolo e critica) e ha scelto di assottigliare la parte più interessante. La verità è che entrambi gli approcci hanno ragione: la stagione 2 sa esattamente cosa non vuole essere (una serie che si diletta di profondità false), ma non è ancora chiaro cosa voglia essere fino in fondo. È un’identità negativa, non positiva. E quella è una debolezza strutturale.
C’è anche una questione di aspettative infrante. Nel 2018, quando il progetto è stato annunciato, c’era una promessa implicita: una reinterpretazione radicale di un’icona del gaming attraverso lo sguardo di un creatore che ha già lavorato su Castlevania (la serie Netflix, non il videogioco). Quella Castlevania, per i suoi limiti, era una cosa coerente — sapeva quello che voleva essere, lo diceva forte e chiaro, e non scappava dalle conseguenze narrative delle sue scelte. Devil May Cry sente ancora il peso di quella eredità, ma non riesce a reggerne il confronto. Sette anni di lavorazione dovrebbero produrre qualcosa di monumentale. Invece produce una cosa corretta, funzionante, ma non memorabile.
Il giudizio finale
Tirando le somme, Devil May Cry 2 è una serie che ha una visione coerente, che non tradisce il progetto di Shankar e che sa costruire sequenze di azione dirette e coinvolgenti quando la tecnica non la sabota. Mantiene l’accessibilità per chi non conosce il lore videoludico e costruisce personaggi che hanno almeno la pretesa di una psicologia interna. Ma la CGI difettosa, l’abbandono della profondità politica e quella lavorazione etterna che non ha prodotto il capolavoro sperato rendono il tutto una sorta di esperimento riuscito a metà. È come una banda che ha gli accordi giusti ma che non riesce a trovare il ritmo corretto — senti il potenziale, ma senti anche dove non combacia.
Vale la pena guardarla se ami l’azione senza troppi fronzoli, se sei curioso dell’universo parallelo che Shankar ha costruito, se cerchi una serata Netflix spensierata dove il cervello può stare un po’ in stand-by e tu godi semplicemente del movimento sullo schermo. Non vale la pena se cerchi la profondità della stagione 1, se vuoi una serie che politicizzi il sovrumano, o se hai aspettative così alte da voler un capolavoro di animazione. Devil May Cry 2 sa quello che è — una cosa a metà strada tra adattamento e reinterpretazione, tra spettacolo e riflessione — e la stagione 2 abbraccia questa natura ibrida con coerenza. Il problema è che la coerenza da sola non basta a farla decollare davvero.
Lo trovi su Netflix, dove la stagione 2 è disponibile in esclusiva. Se decidi di guardare, vai con le aspettative giuste: non è un capolavoro, non è una rivoluzione, ma sa quello che fa e lo fa senza imbarazzo. Quello, almeno, conta qualcosa.



