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"House of the Dragon 3" — Recensione

Recensione

"House of the Dragon 3" — Recensione

3.5 su 5
2022 Sci-Fi & FantasyDrammaAction & Adventure

Dopo una seconda stagione che aveva perso bussola, House of the Dragon torna a mordere. La terza stagione ritrova il ritmo, la tensione e quella guerra civile che meriterebbe di essere raccontata meglio.

di Alessio Valtolina ·

House of the Dragon era entrato nella sua stagione due come un gigante zoppicante. Un prequel ambizioso che, nonostante il patrimonio genetico di Game of Thrones e una materia prima straordinaria — la Danza dei Draghi è fra gli eventi più affascinanti della lore martiniana — aveva faticato a trovare il proprio ritmo. Troppi personaggi inseguiti simultaneamente, storie che non comunicavano fra loro, l’impressione di un racconto che camminasse con una gamba sola. Ecco, la terza stagione sembra avere capito il problema e si è rimessa in riga.

Il dato più importante è subito chiaro: la serie ha smesso di annacquarsi dietro a una molteplicità di trame laterali e ha concentrato lo sguardo su quel che conta davvero — la guerra civile fra Targaryen. Diretta da Ryan Condal insieme a Miguel Sapochnik (che aveva guidato anche Game of Thrones nei suoi momenti più spettacolari), la stagione tre sembra finalmente avere una visione coesa. Non vuol dire che tutto è improvvisamente perfetto. I primi quattro episodi mantengono qualcosa di quel disordine che caratterizzava la stagione precedente, ma il senso di direzione è tornato. C’è una pressione narrativa che prima non c’era, una spinta che il racconto non può perdere se vuole fare sul serio. E House of the Dragon, nei momenti migliori, lo sa.

Ciò che funziona è il conflitto stesso. Quando la serie si concentra sullo scontro fra Rhaenyra Targaryen (interpretata da Emma D’Arcy) e Alicent Hightower (Olivia Cooke), fra la legittimità del sangue e il diritto conquistato, fra il caos della successione e l’ordine che nessuno riesce a imporre, trova un nucleo drammatico che tiene. D’Arcy porta una durezza alla regina che non ha scuse: è una donna che ha tutto da perdere e sa di averlo già perso. Cooke, da parte sua, interpreta Alicent come una donna che non voleva questa guerra ma ora la combatte come se le dovesse tutto — c’è un rancore che cresce episodio dopo episodio, alimentato dalle scelte degli uomini intorno a lei. La dinamica fra le due è diventata finalmente il vero motore della serie, non una sottolinea fra scene di draghi.

I draghi tornano a essere armi di una strategia, non semplici effetti speciali. C’è una battaglia nel secondo episodio dove un drago viene usato come deterrente, e la tensione di quella scena — il negoziato che avviene mentre la bestia è sopra le teste — è fra le migliori cose che la serie abbia fatto. Le battaglie hanno peso perché il loro risultato porta davanti il conflitto, non lo rinvia all’episodio prossimo. Questo è ciò che era mancato: la sensazione che le cose stiano accadendo, che il tempo sia una risorsa in esaurimento, che le scelte abbiano conseguenze immediate. Quando Daemon Targaryen (Matt Smith, sempre magnetico nel suo ruolo di principe spietato e fragile) decide di prendere l’iniziativa militare, la serie non lo nega con una sottotrama; lo mostra nel suo pieno peso. Smith porta a quel personaggio un’energia quasi frenetica che funziona perfettamente quando il copione lo sa come usare.

Per quanto riguarda la regia e la produzione, la stagione tre mantiene lo standard tecnico della serie elevato. Le coreografie di battaglia sono convincenti senza essere rivoluzionarie — il terzo episodio contiene una sequenza di battaglia navale che è ben costruita, anche se non raggiunge l’epica visiva che ci si aspetterebbe da una guerra civile globale. Gli interni dei castelli hanno quella pesantezza gotica che fa da contrappeso agli esterni più epici. Il design non è mai banale, anche quando sceglie la sobrietà. C’è un rigore formale in tutto questo che aiuta, soprattutto in una serie che altrimenti potrebbe cadere nella retorica dello spettacolo fine a se stesso. La cinematografia gioca con l’oscurità — molte scene avvengono al tramonto o nella notte — creando un’atmosfera di caos incombente. È una scelta visiva che funziona narrativamente: questa guerra non è uno spettacolo accecante, è un incubo al buio.

Ma il male più profondo di House of the Dragon persiste: il copione non sempre sa cosa fare con i personaggi secondari. Ci sono attori capaci — Tom Glynn-Carney nei panni di Re Aegon II è un’interpretazione affascinante di un ragazzo inadatto al trono, Ewan Mitchell come il giovane Aemond è crudele e vulnerabile nello stesso momento — ma il tempo dedicato a loro spesso non produce il dramma che potrebbe. È il paradosso della serialità: più episodi non significano automaticamente più profondità. A volte il contrario — gli attori stanno nel set, leggono battute costruite per riempire il tempo fra un grande evento narrativo e l’altro. C’è una scena nel quarto episodio dove un piccolo lord del Trident deve decidere di schierarsi, e la scena è costruita bene, ma dura tre minuti e poi non lo rivedi mai. Non è una rovina totale, però è visibile. Una serie che vuole raccontare una guerra civile dovrebbe farci sentire il peso delle scelte di ogni frazione, ogni casa minore. Invece si riduce sovente a questione di due donne che litigano con draghi — il che, non fraintendere, è comunque coinvolgente, ma non è la pienezza di ciò che potrebbe essere.

Il pacing della stagione è sbilanciato in un altro modo: episodi che corrono troppo veloce, dove gli eventi si accumulano senza farsi respirare, alternati a episodi che rallentano su dettagli che non giustificano il tempo impiegato. Il primo episodio scatta così rapidamente fra gli eventi — una morte, una reazione, una dichiarazione, una contromossa — che non hai tempo di processare il significato emotivo. Poi l’episodio cinque rallenta enormemente per dedicarsi a trame di palazzo che, per quanto ben interpretate, non hanno lo stesso peso narrativo. Non c’è ancora un equilibrio netto fra l’epica della cosa e l’intimità dei personaggi. Game of Thrones, nei suoi anni migliori, lo trovava. House of the Dragon lo sta ancora cercando. La sensazione è che i creatori della serie stiano ancora imparando il mestiere della serialità televisiva lunga — sanno raccontare una guerra, ma non sempre sanno come farla respirare fra una grande scena e l’altra.

Con tutto questo detto: questa è una serie che torna a essere guardevole perché ha capito che non può permettersi di navigare nel torpore. Il conflitto centrale ha una logica interna che regge, i personaggi principali finalmente fanno scelte che hanno conseguenze, e la messa in scena è competente. Ci sono almeno quattro o cinque episodi della stagione tre che meritano il tempo speso. Non è un capolavoro recuperato, né pretende di essere. È una serie che ha sbagliato il primo colpo a sorpresa, ha camminato smarrita nella seconda stagione, e adesso è tornata a un ritmo che le consente di fare il suo lavoro: raccontare una guerra civile fra draghi e corone con la giusta dose di melodramma e strategia. Su Max, una stagione da seguire se ami il genere fantasy politico e non ti aspetti la perfezione assoluta, solo una buona storia raccontata bene — finalmente.

Pregi

  • Ritmo complessivamente più serrato rispetto alla stagione 2
  • Conflitto Targaryen-Hightower finalmente al centro della narrazione
  • Coreografie di battaglia e spettacolarità visiva solida

Difetti

  • Ancora troppi personaggi secondari sviluppati male nonostante il tempo a disposizione
  • Pacing sbilanciato: episodi che corrono troppo veloce alternati a stagnazioni narrative
3.5 su 5

Verdetto

House of the Dragon si ritrova. Non è ancora il capolavoro che potrebbe essere, ma è tornato a essere una serie che vale guardare.