Star City arriva come spin-off di For All Mankind con un’idea semplice ma intrigante: che cosa succederebbe se raccontassimo la stessa storia alternativa della corsa allo spazio dal punto di vista dell’Unione Sovietica? È il tipo di cambio di prospettiva che nella fiction funziona quando trova il modo giusto di farsi raccontare. Apple TV ha deciso di provare, e il risultato è una serie che ha il potenziale per essere interessante ma che, almeno nelle prime battute, non riesce ancora a giustificare pienamente la sua esistenza.
La premessa è solida. For All Mankind è stata una delle sorprese tranquille di Apple TV+: non ha mai fatto rumore assordante come altre produzioni della piattaforma, ma ha costruito un pubblico fedele e una reputazione che le ha permesso di proseguire fino alla quinta stagione. Non è un risultato scontato nel panorama degli streaming, dove molte serie ambiziose si chiudono dopo due stagioni. Star City eredita questa ambizione, la qualità produttiva e il DNA narrativo della serie madre, ma con una lente completamente ribaltata. È una scelta audace: raccontare gli stessi anni Sessanta e Settanta dello spazio, ma dal bunker dei vertici sovietici, dalle stanze segrete del programma Vostok, dalle file di cosmonauti che competono per una gloria che non viene celebrata al mondo intero come quella americana.
Al centro di questa operazione c’è Rhys Ifans, attore gallese con una filmografia che spazia dall’action al dramma (ricordi The Amazing Spider-Man di Webb, oppure il suo lavoro più drammatico in Eternals?) e che qui porta una carica carismatica e enigmatica al ruolo di leader del programma spaziale sovietico. È il tipo di casting che crea subito aspettative: Ifans ha il talento per dare peso a un personaggio di potere, per fargli respirare tensioni non dette, per incarnare quella freddezza burocratica mista a visione strategica che deve avere chi governa da dietro le quinte una corsa dove ogni fallimento potrebbe essere un disastro geopolitico. Il suo personaggio è un uomo che porta sulle spalle il prestigio dell’Unione Sovietica in un’era dove perdere contro gli Americani significava perdere credibilità globale. E infatti, nelle scene dove il focus è su di lui e sulle dinamiche interne del programma russo, la serie trova i suoi momenti migliori. C’è una gravitas nel modo in cui affronta la burocrazia spaziale sovietica, c’è interesse genuino quando le scene si concentrano sulle scelte etiche e strategiche di chi deve competere con gli Americani senza le loro risorse, senza il loro budget infinito, senza quella libertà di errore che il sistema americano — con tutta la sua arroganza — poteva permettersi.
Le scene dove Ifans deve negoziare con i vertici politici di Mosca, o dove deve decidere se sacrificare un cosmonauta per salvare il programma, hanno un’intensità che la serie riesce a sostenere quando rimane su quel registro. C’è un momento nei primi episodi in cui il personaggio riceve notizie da Houston (i progress dei programmi americani) e la sua reazione — calma apparente, turbamento evidente negli occhi — è esattamente il tipo di recitazione minimalista che serve a questo genere di dramma politico. Ifans sa come non urlare il conflitto, come lasciare che il peso della situazione gravi nei silenzi. È un’ancora narrativa solida.
Il problema è che questo non è sempre sufficiente a mantenere la serie in galleggiamento. La prospettiva invertita è un’idea fresca, certo, ma il solo ribaltamento della telecamera non basta a creare una storia che abbia urgenza propria e distintiva. Nei primi episodi, Star City rischia di sentirsi come un commento ai fatti di For All Mankind piuttosto che come un racconto parallelo che respira da solo. Gli stessi eventi, visti da lontano, dalle stanze dei comandi russi, hanno meno immediatezza emotiva rispetto a quando li viviamo dai programmi spaziali americani attraverso i protagonisti di quella serie. È una sfida narrativa reale e non di poco conto: come mantenere la tensione quando il tuo pubblico potenziale sa già come finisce? Quando sa che lo Space Race, nel nostro universo effettivo, l’hanno vinto gli Americani? Anche in un’ucronia dove i Russi potrebbero vincere, il peso della storia reale incombe.
Una scena che funziona davvero — e che per un momento mi ha convinto che la serie avesse trovato il suo ritmo — è quella in cui ricevono i dati telemetrici dalla Luna. La camera si sofferma sui monitor, sui visi dei tecnici, sulla consapevolezza che stanno guardando qualcosa di storico. Non c’è musica colonna sonora invadente, non c’è spiegazione drammatica: c’è solo la realtà del momento. È il tipo di scena che For All Mankind sapeva fare bene — quella capacità di far respirare i momenti big, di dargli peso senza doverli urlare. Peccato che episodi interi passino senza raggiungere quella temperatura narrativa di nuovo.
Questa è anche una serie che soffre inevitabilmente della comparazione. For All Mankind è ancora in corso, ancora racconta il lato americano della medesima storia, e il rischio che Star City venga percepito come complemento (bellissimo, ben fatto, ma secondario) è reale e presente in ogni decisione registica. Uno spin-off ha un peso di gravità particolare quando la serie madre è ancora attiva. Non è che la qualità produttiva non sia all’altezza — lo è: gli esterni dell’URSS hanno un’autenticità visiva che suona giusta, i costumi e i set di missione control sono curati nei dettagli, e c’è evidentemente un budget importante dietro ogni decisione. Ma il posizionamento narrativo non è ancora chiaro. Sei uno specchio che illumina aspetti nuovi di una storia già nota, oppure sei una storia che sta in piedi da sola? È una domanda che la serie non ha ancora risposto a se stessa.
Il ritmo iniziale è ondivago, e questo è un problema concreto. Non c’è ancora quel “click” che fa scattare l’attenzione, quel momento in cui capisci che questa serie ha ragione di esistere autonomamente dal suo genitore creativo. Le scene d’azione spaziale sono convincenti dal punto di vista tecnico — il dipartimento effetti speciali di Apple TV+ non scherza — e le dinamiche politiche interne al sistema sovietico hanno spunti interessanti quando la sceneggiatura decide di approfondirle. Ma tutto procede a una velocità che non riesce sempre a inchiodare lo spettatore alla sedia. Ci sono lunghe sequenze burocratiche che avrebbero potuto essere avvincenti ma che rimangono espositive, riunioni dove sappiamo già quale sarà l’esito perché l’ucronia è prevedibile. Il cast supporta l’operazione — Ifans non è mai male, gli attori russi recitano con professionalità — ma il supporto non basta quando la struttura narrativa arranca.
Tirando le somme: Star City è una serie per chi ama davvero l’universo di For All Mankind e vuole approfondire ogni angolo di quella ucronia, per chi è affascinato dalla storia alternativa della Guerra Fredda nello spazio, per chi apprezza il carisma di Rhys Ifans quando è al centro narrativo e riesce a portare peso anche a una trama non sempre entusiasmante. Non è cattiva — la qualità è evidente da subito, la produzione è solida — ma non è ancora decollata nella sua identità propria. Se proseguirà trovando la sua voce (e l’abitudine della serialità permette ai personaggi di assestarsi, ai misteri di accumularsi, al ritmo di trovare una propria cadenza), potrebbe diventare necessaria. Per ora è una proposta buona ma non imprescindibile, il tipo di serie che prendi se hai tempo e curiosità, non quella che cancelli tutto per seguire.
Star City è disponibile su Apple TV+.



