Quando Milly Alcock ha saputo che avrebbe interpretato Supergirl nel nuovo film DC, la prospettiva non era solo entusiasmante. C’era anche una bella dose di terrore. Non tanto per le responsabilità tecniche di un ruolo così iconico, quanto per quello che sarebbe arrivato dopo: gli attacchi online, gli haters, il giudizio collettivo di internet. È quello che confessa l’attrice britannica, nota soprattutto per il ruolo di Rhaenyra Targaryen in House of the Dragon, quando parla della sua esperienza con il personaggio di Kara Zor-El.
Perché Milly ha un punto preciso: non è una questione semplice di “devo ignorare le critiche e basta”. È più profondo. È capire che dietro a ogni ruolo c’è la possibilità di trasformare qualcosa dentro di sé, di usare il personaggio come strumento di crescita personale. Nel suo caso, incarnare un’eroina che deve salvare il mondo ha significato prima salvare se stessa dalla paura.
La trasformazione attraverso il personaggio
Supergirl non è solo un’altro progetto nel curriculum di Alcock. È il passo successivo nel suo percorso da attrice principale, dopo il successo di House of the Dragon. E con questo viene tutto il peso che comporta: la visibilità internazionale, le aspettative dei fan, le teorie su come il personaggio dovrebbe essere.
Ma qui accade qualcosa di interessante. Mentre molti attori parlano di separare il sé dal personaggio, Milly descrive un processo inverso. Ha dovuto abbracciare il coraggio di Kara Zor-El per affrontare le proprie insicurezze. Una retroazione emotiva: recitare coraggiosamente l’ha resa più coraggiosa. Non è pseudopsicologia da intervista. È il racconto di un’attrice che ha usato il lavoro come palestra per l’anima.
Il ruolo, quindi, le ha insegnato a vincere quella paura iniziale. E una volta vinto quel primo nemico, tutto il resto è diventato più gestibile. Gli haters ci saranno sempre, ma almeno non li porta dentro di sé.
La questione dell’orientamento di Kara
A proposito di evolvere il personaggio: Milly non si è fermata a questioni emotive personali. Ha anche ipotizzato un futuro possibile per Kara Zor-El che va oltre ciò che DC ha ufficialmente confermato. L’attrice ha sollevato l’idea che il personaggio potrebbe avere un orientamento sessuale queer, aprendo una discussione che la produzione non ha ancora chiuso (né confermato ufficialmente).
È una mossa delicata, quella di Alcock. Non è una dichiarazione di intenti dal set, ma piuttosto una riflessione: e se Supergirl fosse rappresentativa di una comunità che finora nel cinema d’azione mainstream americano ha ancora poco spazio? Il cinema DC e Marvel hanno fatto passi avanti in questo senso negli ultimi anni, ma lo spazio per la rappresentazione queer rimane ancora prevalentemente limitato a personaggi secondari o archi narrativi laterali.
Il fatto che l’attrice stessa stia pensando ad alta voce a questa possibilità è significativo. Non per un mero esercizio di inclusività performativa, ma perché rispecchia il modo in cui gli attori contemporanei vedono i loro personaggi: come opportunità di aprire conversazioni, di rappresentare comunità, di usare la piattaforma del grande schermo per raccontare storie che fino a ieri rimanevano invisibili.
Supergirl tra Superman e il DCU di Gunn
Ricordiamo che Supergirl arriverà al cinema nell’universo ricostituito di James Gunn per DC Studios. Abbiamo già visto Kara Zor-El nella scena post-credits di Superman (il nuovo film di Gunn), dove Milly ha avuto il suo primo assaggio del personaggio. L’accoglienza è stata positiva: la presenza carismatica dell’attrice e il design del personaggio hanno catturato i fan.
Ora il film dedicato sarà la vera prova. Sarà lì che scopriremo se Milly ha davvero trasformato la propria paura in forza, se il coraggio che ha costruito durante la preparazione del ruolo brillerà sullo schermo. E magari, chissà, se la visione di Supergirl come personaggio queer avrà una possibilità di diventare realtà narrativa.
Perché qui sta il nucleo del discorso di Milly: un ruolo non è solo recitazione. È vulnerabilità, è crescita, è la possibilità di diventare una versione migliore di sé. E a volte, quello che serve è solo abbracciare la paura e buttarsi.



