Profondo Rosso resta uno di quei film che, a distanza di mezzo secolo, continua a fare quello che sa fare meglio: terrorizzare il pubblico. Il capolavoro di Dario Argento del 1975 tornerà in onda su Italia 2 in prima serata, e con lui anche quella sfilza di storie incredibili nate durante la lavorazione, alcune delle quali sembrano quasi inventate dal genio narrativo dello stesso Argento.
Ma tra gli aneddoti che circolano sul set di Profondo Rosso, ce n’è uno che vale la pena rispolverare: quello di come il regista dovette arrancare per ottenere l’accesso a una location chiave della storia. Non bastò il suo nome, non bastò la sua reputazione di maestro dell’orrore. Argento dovette ricorrere a uno stratagemma che nessuno si aspetterebbe da uno dei cineasti più importanti del cinema italiano.
La location impossibile e la soluzione creativa
Per girare determinate scene cruciali di Profondo Rosso, Argento aveva bisogno di accesso a una proprietà controllata da un gruppo di suore. Non poteva scegliere un’altra location, non poteva improvvisare. Quella era la location, quella giusta per l’atmosfera che voleva creare in quella Torino oscura e tenebrosa che diventa quasi un personaggio a sé nel film.
Le suore, comprensibilmente, non erano esattamente entusiaste all’idea di ospitare le riprese di un horror splatter sul loro terreno. Non era una questione di budget insufficiente, né di contratti complicati. Era una questione di principi, di decoro, di quello che una comunità religiosa poteva permettersi di associare al proprio nome e alla propria struttura.
E così Dario Argento fece quello che potremmo definire un’offerta che difficilmente una comunità religiosa potrebbe rifiutare: pagò una vacanza a Rimini per il gruppo di suore. Non una visita spirituale, non un pellegrinaggio. Una vera e propria vacanza al mare, probabilmente per il periodo in cui lui avrebbe occupato la location con troupe, attori, luci e tutto l’armamentario necessario a girare il film.
Dietro le quinte del genio
È uno di quegli aneddoti che racconta qualcosa di profondo su come funzionasse il cinema italiano di quegli anni, e soprattutto su come funzionasse la mente di Argento. Non era un uomo che accettava compromessi estetici, ma era anche pragmatico quando serviva. Se una location era essenziale per il suo film, trovava un modo per averla.
Nel 1975, quando Profondo Rosso arrivò nei cinema, il pubblico non sapeva di questa trattativa parallela. Vedeva solo l’atmosfera soffocante, le scale tortuose, gli spazi claustrofobici che danno al film gran parte della sua forza visiva. Vedeva il genio di Argento nel mettere in scena la violenza, nel costruire sequenze di omicidio che ancora oggi mantengono una carica impressionante. Vedeva la colonna sonora dei Goblin che satura ogni fotogramma di ansia.
Ma dietro quello schermo c’era questa piccola storia di diplomazia creativa: un grande regista che aveva capito cosa voleva, e che aveva trovato il modo di ottenerlo senza compromessi. Non con l’aggressività, non con la prepotenza, ma con quella che potremmo chiamare una transazione consenziente: voi vi godete il mare, io mi godo la vostra location.
Ancora potente dopo 50 anni
Profondo Rosso oggi continua a impressionare perché il cinema di Argento era costruito su fondamenta solide. Non era effetto speciale, non era CGI, non era nulla di quello che oggi usiamo per sorprendere. Era location, era composizione, era la capacità di fare del banale qualcosa di profondamente minaccioso. Una scale normale diventa uno spazio di morte. Una casa diventa un labirinto di pericoli.
E sapere che dietro tutto questo c’era stata una negoziazione così umana, così strana, rende il film ancora più affascinante. Perché racconta di un’epoca in cui i film si facevano davvero, non in uno studio, non su un green screen, ma in questi spazi reali dove dovevi convincere persone vere a permetterti di trasformare il loro mondo in incubo.
È il tipo di aneddoto che vale la pena ricordare la prossima volta che guardi Profondo Rosso. E magari mentre guardi, cerca quelle location, quelle scale, quegli angoli bui. Sapendo che per farli diventare quello che sono sullo schermo, è dovuta passare una vacanza a Rimini.



