Ci sono film che non si dimenticano perché fanno male nel modo giusto. NAZA è uno di quelli. Girato di notte sui tetti di Tel Aviv, il documentario diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor raccoglie conversazioni segrete con militari e funzionari dell’IDF implicati nei sistemi di uccisione di massa a Gaza. Non è inchiesta giornalistica tradizionale, non è tribunale internazionale, non è manifesto politico dichiarato. È qualcosa di più radicale e più disturbante: è teatro della crudeltà, nel senso di Artaud. È lo specchio che ti viene messo davanti e in cui non riconosci nulla se non la tua stessa capacità di astrazione davanti all’orrore.
Il dispositivo narrativo è geniale proprio nella sua semplicità. Due cineasti si incontrano al buio su tetti, con chi ha progettato e gestito algoritmi di sterminio. Niente inquadrature teatrali, niente ricostruzioni, niente montaggio sensazionalistico. Solo le voci che descrivono, spiegano, talvolta scherzano. Rachel Szor ha filmato e montato quello che era necessario: l’invisibilità che rende il male ancora più mostruoso. Perché l’orrore non è nelle immagini grafiche — è nella normalità con cui viene articolato. Sono soldati che la sera vanno a jogging sul lungomare di Tel Aviv. Sono ingegneri della borghesia urbana progressista che hanno messo a punto sistemi di targeting automatico. Sono persone che hanno imparato a dire “ho fornito uno strumento” e “ho seguito procedure” esattamente come Eichmann disse al processo di Gerusalemme.
Qui sta il cuore del film, e qui sta il motivo per cui è impossibile girarsi dall’altra parte. Chi ha letto Hannah Arendt sa di cosa parlo: la banalità del male non è banalità nel senso di ordinario, ma nel senso di assenza di pensiero radicale, di subordinazione totale alla macchina burocratica e all’indottrinamento ideologico. NAZA non scopre nulla di nuovo — le inchieste e le ricerche internazionali avevano già documentato tutto. Ma c’è una differenza abissale tra leggere un rapporto e sentire quelle voci, quella timbrica, quella assenza di rimorso, quella consapevolezza tranquilla. Il film diventa un reagente etico non perché accusa, ma perché costringe a riconoscere l’universalità del fenomeno. Non sono mostri. Sono persone come te e me, con la stessa capacità di compartimentalizzazione, con lo stesso bisogno di narrative che giustifichino l’ingiustificabile.
La durata compatta di 80 minuti è sia una forza che un’assenza. Forza perché mantiene una concentrazione assoluta, perché non lascia spazio al distacco emotivo, perché costringe a stare seduti nel disagio senza pause confortevoli. Ma è anche un limite: certi meandri della logica militare, certi nomi, certi algoritmi avrebbero meritato una ricognizione più ampia. Il film sente il peso di quella scelta di concisione, qualche volta come una rinuncia. Eppure quella rinuncia è coerente con l’etica del dispositivo — non stai guardando un’inchiesta completa, stai sentendo confessioni, e le confessioni hanno una loro brevità naturale.
Ciò che resta dopo il film è una domanda che non ha risposta, e che è la domanda che il cinema deve porsi più spesso. critica di riferimento, citando i CCCP: “E noi che siamo esseri liberi / Un ciclo siamo macellati / Un ciclo siamo macellai”. Non è retorica moralisatrice. È la constatazione che la linea tra vittime e carnefici è infinitesimale, che il contesto storico, l’indottrinamento, la propaganda, la desensibilizzazione progressiva trasformano persone normali in esecutori di politiche disumane. The Act of Killing di Joshua Oppenheimer ha fatto lo stesso lavoro due decenni fa con gli assassini del golpe indonesiano del 1965, e la conclusione era identica: non c’è pentimento, perché nessuno ha mai insegnato loro che avevano sbagliato. Il ciclo si ripete.
NAZA arriva in momento storico specifico, quando il conflitto a Gaza è ancora aperto, ancora caldo, ancora polarizzante. Per questo è ancora più necessario e ancora più rischioso. Il film non fa concessioni al comfort del pubblico, non costruisce una narrazione rassicurante in cui il bene e il male sono chiaramente delineati. Fa il contrario: mostra che il male, quando è sistemico, quando è supportato dalla retorica dello stato e dalla logica della sicurezza nazionale, quando è delegato a procedure e algoritmi, non ha il volto di un mostro. Ha il volto di un ragazzo che studia ingegneria, che crede sinceramente di proteggere il suo paese, che sa esattamente quante vittime civili il suo calcolo causerà e lo fa comunque.
Non è un film facile. Non è un film che ti lascia consolato. È un film che ti lascia con la certezza sgradevole che la storia non finisce, che il ciclo continua, che la capacità umana di giustificare l’ingiustificabile è praticamente infinita. Per questo è un capolavoro. Perché un capolavoro non è qualcosa che ti fa stare bene — è qualcosa che ti trasforma, anche se in modo piccolo e oscuro, in qualcosa di più consapevole e più disturbato.
NAZA esce al cinema il 25 settembre 2026. È il tipo di film che merita di essere visto nella sala, in mezzo ad altri, dove quel disagio diventa collettivo e acquisisce una forza ancora maggiore. Non andateci se cercate conforto. Andateci se avete il coraggio di guardare nello specchio senza girarvi.



