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Addio a Marjane Satrapi, la voce che liberò l'Iran attraverso il cinema

Morta a 56 anni la regista e fumettista franco-iraniana autrice di Persepolis. Un anno dopo la scomparsa del marito, se ne va chi sfidò i tabù con disegni e frame.

di Baldo · · 4 min lettura ·
#Marjane Satrapi#Persepolis#cinema iraniano
Addio a Marjane Satrapi, la voce che liberò l'Iran attraverso il cinema

Marjane Satrapi se n’è andata a Parigi, a 56 anni, poco più di un anno dopo la morte del marito Mattias Ripa. La notizia arriva attraverso un comunicato della famiglia, sobrio e straziante: “Marjane Satrapi è morta di dolore poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa, suo marito e l’amore della sua vita”. Un’ammissione di quanto profonda fosse quella perdita, di quanto quella relazione di trent’anni – iniziata negli anni Novanta a Parigi – fosse il cuore battente della sua esistenza.

Per chiunque abbia mai aperto Persepolis, il ricordo che rimane è quello di quella ragazzina dagli occhi grandi e neri, lo sguardo furbo e ribelle di chi sa che il mondo intorno le vuole imprigionare, ma che non intende permetterlo. Era lei, naturalmente. Era la sua storia.

Da Rasht a Parigi, dalla carta al grande schermo

Nata a Rasht nel 1969 in una famiglia liberale e benestante, Marjane Satrapi vide il suo mondo cambiare radicalmente con la rivoluzione khomeinista del 1979. I genitori decisero di mandarla a studiare a Vienna – un esilio relativo, ma esilio comunque – e fu da quella esperienza, da quella distanza, che nacque l’idea di raccontare la transizione dell’Iran dalla monarchia dello Scià al regime islamico attraverso gli occhi di una bambina. Non una retrospettiva storica, non un saggio politico. Solo una ragazza che cresce mentre il suo Paese cambia.

La graphic novel Persepolis arrivò come una scossa nel 2000. Crudo, ironico, visivamente potente, era il genere di opera che poteva attraversare le frontiere perché parlava di universali – identità, adolescenza, ribellione, amore, paura – radicati in una storia specifica. Quando nel 2007 la versione animata arrivò al cinema, realizzata insieme a Vincent Paronnaud, il film vinse il Premio della Giuria a Cannes e ricevette una nomination agli Oscar come miglior film d’animazione. Marjane Satrapi diventò la prima donna nominata in quella categoria.

Ma Persepolis non sarebbe stata la sua ultima storia. Anzi, fu solo il primo capitolo di una carriera da regista varia, sempre originale, spesso contraddittoria – e in questo bellissima.

Una regista senza confini

Dopo Persepolis, Satrapi avrebbe potuto starsene lì, a vivere di una sola opera capolavoro. Invece no. Insieme a Paronnaud realizzò Pollo alle prugne nel 2011, una storia d’amore e morte ambientata a Teheran, già più personale, più strana. Poi si lanciò in esperimenti che nessuno avrebbe previsto: la commedia horror The Voices con Ryan Reynolds, dove l’assurdità e la follia si intrecciano in modo deliziosamente inquietante.

Nel 2020 arrivò Radioactive, il film su Marie Curie con Rosamund Pike e Anya Taylor-Joy. Non era il biopic classico – lei stessa disse che non l’avrebbe mai fatto se fosse stato solo quello. Era qualcosa di più: una meditazione sulla creazione, sul prezzo della scoperta, sul corpo della donna come territorio di battaglia tra lo scientifico e il personale. Uno strano, bellissimo, a volte opaco film che nessun’altro avrebbe potuto fare con la sua stessa urgenza.

L’ultima battaglia: diritti e libertà

Ma l’engagement civile di Satrapi non è mai stato una cosa lontana dal suo lavoro. Al contrario. Nel 2023 realizzò Donna, vita, libertà, che prendeva il nome dal movimento iraniano per i diritti delle donne nato dopo la morte di Mahsa Amini nel 2022. Un film che in titolo e in sostanza riprendeva quel grido che era stato suo fin dall’inizio.

Nel 2024 le fu assegnato in Spagna il Premio Principessa delle Asturie per la comunicazione e le scienze umane “per la sua voce essenziale nella difesa dei diritti umani e della libertà”. Lei lo dedicò a Toomaj Salehi, il rapper iraniano condannato a morte per aver cantato della libertà. Lo stesso anno presentò al Torino Film Festival la commedia nera Paradis Paris, e poi – in un gesto di coerenza radicale – rifiutò la Legion d’Onore francese, la più alta onorificenza dello Stato.

Le parole che Satrapi scelse per descrivere il suo impegno definivano tutto: “Il riconoscimento dei diritti delle donne è la base della cultura democratica. Se non si riconoscono i diritti delle donne, che sono la metà della popolazione, che cosa succederà a quelli delle minoranze, degli omosessuali o di chiunque sia diverso da te?”.

Questa era lei: non un’artista che occasionalmente si pronunciava su temi politici, ma una regista e fumettista per cui l’arte e la politica erano indistinguibili. Persino una ricompensa nazionale poteva diventare un’occasione per dire no, se quel no significava fedeltà a una posizione etica.

Cosa rimane

A 56 anni, dopo una vita di creazione e battaglia, Marjane Satrapi se ne va dal Paese in cui aveva scelto di vivere, in cui aveva trovato l’amore della sua vita. Rimangono i film, rimane Persepolis – il suo capolavoro, ma anche solo il primo nome di una conversazione che non è finita. Rimane la lezione che un’artista può essere irriducibile, che può spaziare dai fumetti al cinema d’animazione alla commedia horror a biopic sperimentali, e che in tutto questo la coerenza non viene meno. Anzi, è il filo rosso.

Quella ragazzina iraniana dagli occhi neri che disegnavamo mentalmente leggendo Persepolis resterà sempre lì, giovane, ribelle, impossibile da contenere. Era Marjane. E il mondo del cinema è più piccolo ora che se n’è andata.

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