K-Pop Demon Hunters è stato uno di quei fenomeni che non t’aspetti. Un film d’animazione che ha polverizzato i numeri di Netflix, con canzoni che sono rimaste appiccicate in testa, animazione vibrante, e soprattutto un pubblico trasversale che non era necessariamente quello più prevedibile per un progetto del genere. Ma dietro questa versione che tutti abbiamo visto c’è una storia completamente diversa, e a raccontarla è stata la stessa regista Maggie Kang.
Secondo la creatrice, i piani originali per il film erano infinitamente più dark, più violenti, e soprattutto molto meno family-friendly. Stiamo parlando di un vero horror splatter, il genere che di solito vedi nei festival di genere, non su Netflix nella sezione per famiglie. C’era sangue, c’era violenza esplicita, c’era tutto ciò che avrebbe fatto tirare un respiro di sollievo ai genitori quando vedevano il titolo “K-Pop” e poi, boom, la realtà avrebbe raggiunto velocità supersonica in direzione opposta.
Da splatter a blockbuster family-friendly
Quel che è successo è però una dinamica classica del cinema contemporaneo: Sony, che aveva visto il potenziale commerciale dietro il progetto, ha riconosciuto una cosa che Maggie Kang probabilmente stava sottovalutando. Non era il film splatter che avrebbe fatto numeri internazionali significativi; era la possibilità di una saga. Un universo espandibile, replicabile, merchandizzabile.
Quindi il progetto è stato ricalibrato. Via il gore esplicito, via le atmosfere da incubo puro, avanti tutta con quello che il pubblico ama nei giorni nostri: pop music, colori accesi, design attraente, e una storia che potesse funzionare per un pubblico più ampio. È stato uno di quei compromessi che nel cinema commerciale accadono in continuazione, e per una volta ha pagato davvero. Perché K-Pop Demon Hunters non è diventato un film generico scucchiaiato dalla corporate; è rimasto fresco, ha mantenuto un suo carattere, ha trovato un equilibrio.
Maggie Kang ha comunque ottenuto quello che molti registi non ottengono mai: un film che funziona, che conquista il pubblico mondiale, e che soprattutto le dà la possibilità di continuare a raccontare storie nello stesso universo.
Il ritorno nel 2029
Perché sì, le Huntrix torneranno. Maggie Kang ha già fissato il ritorno per il 2029. È interessante notare come, una volta che il primo capitolo ha dimostrato il valore commerciale e culturale del progetto, diventa più facile negoziare con gli studios sui contenuti successivi. È possibile che in K-Pop Demon Hunters 2 (o qualsiasi sia il titolo ufficiale) ci sia un po’ più di spazio per quegli elementi dark e violenti che erano nel dna originale.
Ma questo è il gioco del cinema contemporaneo. Maggie Kang lo ha capito bene. Hai un’idea pura, arriva il money e vuole renderla più palatabile, tu accetti il compromesso sapendo che è l’unico modo di farla arrivare al pubblico mondiale, e poi, se funziona, magari nel prossimo capitolo ritrovi un po’ più di libertà creativa.
Nel frattempo K-Pop Demon Hunters rimane quello che è: un fenomeno che ha bucato il rumore, ha conquistato Netflix, ha fatto felici milioni di persone, e ha dimostrato che l’animazione può ancora sorprendere il mercato globale. Il fatto che sia nato da intenzioni molto più dark e sanguinose è solo un retroscena interessante, il tipo di storia che emerge sempre quando un film diventa abbastanza importante da meritare un’intervista profonda con il suo creatore.
La prossima volta che senti una canzone di K-Pop Demon Hunters appiccicata in testa, pensa a quella versione splatter che avrebbe potuto essere, a quella che è diventata, e a come il cinema commerciale moderno sia spesso una negoziazione affascinante tra visione e fattibilità.



