Na Hong-jin è tornato. Dieci anni dopo The Wailing, il regista sudcoreano si presenta al Festival di Cannes 2025 con un film che non ha nulla a che fare con il thriller spirituale che lo ha reso celebre. Hope è pura follia, è il genere di progetto che divide, che eccita, che spacca completamente il dibattito critico nel momento stesso in cui lo schermo si accende.
NEON ha appena rilasciato il teaser ufficiale e bastano pochi secondi per capire l’ampiezza dell’operazione. Creature misteriose, astronavi gigantesche, villaggio rurale sudcoreano in preda al panico, esplosioni, inseguimenti in auto. Non è un trailer che promette, è un trailer che minaccia. Promette un’esperienza fuori controllo, il tipo di film che ti lascia addosso una sorta di vertigine anche una volta spenti i titoli di coda.
Una corsa di 160 minuti senza freni
La storia parte con i piedi per terra. Un remoto villaggio nei pressi della zona demilitarizzata tra le due Coree. Una misteriosa scoperta, l’apparizione di una creatura. Il capo della polizia Bum-seok (Hwang Jung-min) e l’agente Sung-ae (Jung Ho-yeon) si ritrovano a proteggere gli abitanti. Sung-ki (Zo In-sung) e un gruppo di uomini si inoltrano tra le montagne per dare la caccia alla bestia. Fin qui, sembra quasi un thriller locale, il tipo di cosa che funziona in Corea da vent’anni a questa parte.
Ma Hope non ama i confini narrativi. Il film dura circa 160 minuti e il primo atto è praticamente una sequenza d’azione continua di sessanta minuti, rallentata solo in brevissimi istanti prima di ripartire ancora più forte. Non è una scena d’azione dentro un film. È un film che è principalmente una scena d’azione. È Mad Max: Fury Road che incontra un monster movie che incontra l’horror cosmico, il tutto orchestrato da un regista che evidentemente ha deciso che la sottrazione non esiste nel vocabolario narrativo.
Le prime reazioni da Cannes dicono che il film è estremo, eccessivo, sanguinoso, sbilenco e proprio per questo irresistibile. Il Guardian ha parlato di “intrattenimento di altissimo livello”, sottolineando come il racconto diventi rapidamente una mischia fuori controllo. Variety ha apprezzato l’ambizione visiva. Tutti concordano su una cosa: non è un film quieto.
Fassbender, Vikander e un universo che non c’è ancora
Il cast è internazionale e ampiamente articolato. Michael Fassbender e Alicia Vikander rappresentano la componente più fantascientifica della storia. Taylor Russell completa il quadro. Il dettaglio più interessante? Secondo quanto trapelato dopo Cannes, Na Hong-jin ha già scritto un possibile seguito ambientato nello spazio, più focalizzato proprio su Fassbender e Vikander.
Questo non è un dettaglio minore. Significa che Hope potrebbe essere il primo capitolo di un universo narrativo molto più vasto, una sorta di franchising che parte dal locale per espandersi verso il cosmico. Non è una semplice storia di mostri. È un’operazione di worldbuilding che inizia in un villaggio sudcoreano e potrebbe finire tra le stelle.
Lo stato del cinema d’azione nel 2025
In un momento in cui il cinema d’azione mainstream sembra spesso diluito, affidato ai CGI e svuotato della sua carica fisica, Hope arriva come un urlo. Non è il primo film di questo tipo che vediamo negli ultimi anni: Mad Max: Fury Road, Athena, The Raid hanno tutti dimostrato che il puro movimento, coreografato correttamente, può diventare linguaggio. Può diventare racconto. Può diventare arte.
Hope sembra voler andare oltre. Sembra voler trasformare il caos in esperienza, la spettacolarità in qualcosa che cambia il modo in cui guardiamo il cinema d’azione. Che abbia successo o meno, che il film tenga effettivamente per 160 minuti o che a un certo punto il corpo si rifiuti di seguire quella follia, dipenderà dall’esecuzione finale. Ma il progetto è ambizioso al punto da meritare di essere visto. E il teaser appena rilasciato confessa tutto questo in pochi secondi esatti.
L’attesa per Hope non è più una questione di curiosità cinefila. È diventata una questione di necessità.



