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The Wicker Man, il capolavoro sonoro nato da un flop al box office

Nel 1973 il film horror di Robin Hardy fallì nelle sale, ma la colonna sonora di Paul Giovanni divenne un'opera senza tempo. Come un'opera incompresa che conquista i posteri.

di Baldo · · 3 min lettura ·
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The Wicker Man, il capolavoro sonoro nato da un flop al box office

Capita raramente che un film flop commerciale diventi una leggenda. The Wicker Man del 1973 è uno di quei rarissimi casi in cui il fallimento al botteghino è stato completamente riscattato da una colonna sonora che il tempo ha trasformato in capolavoro assoluto.

Robin Hardy girò un film horror anomalo, strano, inquietante. Non era il genere di opera che le sale cinematografiche dei primi anni Settanta sapevano come vendere al pubblico. Non aveva star hollywoodiane, non aveva effetti speciali grossolani, non aveva nemmeno il tipo di jump scare che avrebbe conquistato il pubblico mainstream. Era qualcosa di più raffinato, più complesso, più radicato nella tradizione e nel folklore britannico. Quindi, naturalmente, il pubblico non lo abbracciò. Né allora, né subito dopo.

Ma c’era qualcosa di speciale in questo film, qualcosa che sopravvivrebbe al tempo: la colonna sonora di Paul Giovanni.

Una colonna sonora che supera il film

Ciò che Giovanni creò per The Wicker Man non era semplice musica di accompagnamento. Era un personaggio essa stessa. La colonna sonora è costruita intorno a canzoni che sembrano estratte direttamente dal folklore scozzese—o almeno, dal modo in cui uno potrebbe immaginare il folklore scozzese se fosse stato riarrangiato attraverso una lente psichedelica e inquietante.

Le canzoni sono celebratorie e sinistre allo stesso tempo. Ci sono elementi di musica popolare tradizionale mescolati con arrangiamenti che anticipano il progressive rock. Giovanni non compose semplice musica di genere: creò qualcosa che funzionava indipendentemente dal contesto visivo del film. Se ascoltate Corn Rigs o The Landlord’s Daughter senza il contesto di Summerisle, sentite comunque quella combinazione di bellezza rurale e malvagità sottotraccia.

Questa è la firma di una grande colonna sonora: quella capacità di stare in piedi da sola, di avere una propria logica narrativa, una propria coerenza artistica che non dipende dal film che accompagna.

Il paradosso del capolavoro ignorato

Ciò che è affascinante è come The Wicker Man rappresenti un paradosso del cinema. Il film stesso—nonostante il culto che ha accumulato negli anni—rimane un’opera di nicchia. Non è un film che tutti conosceranno, non è citato nelle “100 migliori film di tutti i tempi” alle stesse frequenze di altre opere della sua era. Ha i suoi devoti, ha i suoi appassionati, ha accumulato una reputazione importante negli studi accademici e tra gli appassionati di genere.

Ma la colonna sonora? La colonna sonora è diventata qualcosa di più universale. È stata samplata, omaggiata, citata in contesti che vanno ben oltre il pubblico horror. È entrata nel tessuto della cultura pop, non perché la gente conosce il film, ma perché la musica ha una qualità timeless.

È uno dei rari esempi in cui la parte supera il tutto.

Cosa ci insegna questo

In un’epoca in cui il cinema è sempre più orientato ai numeri del botteghino, in cui il successo commerciale sembra essere l’unica misura di valore, The Wicker Man ricorda qualcosa di importante: il fallimento immediato non è il verdetto finale. Un’opera può essere fraintesa dal suo pubblico contemporaneo e comunque contenere qualcosa di eterno.

Paul Giovanni morì nel 1982, solo nove anni dopo aver composto quella colonna sonora. Non vide il momento in cui la sua musica per un film flop sarebbe diventata un riferimento. Non vide i decenni di riscoperta critica che avrebbero trasformato The Wicker Man da curiosità fallita a capolavoro maledetto.

Ma la colonna sonora è rimasta. E continua a suonare.

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