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"L'objet du délit" — Recensione

Recensione

Cannes 2026

"L'objet du délit" — Recensione

3.5 su 5
2026 2h 13m CommediaDramma

Agnès Jaoui torna dietro la macchina da presa con un film intelligente e giocoso su Le nozze di Figaro, il #MeToo e i paradossi del presente. Dialoghi scattanti e domande senza risposte facili.

di Alessio Valtolina ·

Agnès Jaoui torna dietro la macchina da presa dopo otto anni — e lo fa senza Jean-Pierre Bacri, il suo storico compagno di vita e di scena, scomparso nel 2021. L’objet du délit, presentato fuori concorso a Cannes 79, è un film che non prova a colmare quell’assenza, ma la trasforma in motore creativo: una meditazione sulla società, sui rapporti di genere, sul femminismo visto attraverso gli occhi di chi ormai lo vive da adulta consapevole, non da rivoluzionaria.

La trama è ingegnosa e funziona come pretesto narrativo: Daniel Auteuil, nei panni di Igor, dirige i provini per una nuova produzione di Le nozze di Figaro. La regia è stata affidata a Mirabelle, una giovane promessa della moda dalle idee femministe, mentre in platea troviamo una troupe che rappresenta generazioni diverse e visioni conflittuali. Il cast è ricco: Agnès Jaoui stessa interpreta la Contessa Hannah, Vincenzo Amato è un baritono italiano dal fascino corrotto, Eye Haïdara è Cora — una cantante afrodiscendente che farà il ruolo di Cherubino — e poi ci sono i finanziatori, le loro figlie, gli assistenti, i conflitti nascosti. Ma il nucleo del film è chiaro: durante le prove, uno dei cantanti molesta platealmente una giovane attrice, e il gruppo di lavoro — stimolato da Cora — vota per denunciarlo. Contemporaneamente, Igor è terrorizzato di essere incluso in una lista pubblica di molestatori che un’attrice famosa sta per divulgare. È tutto perfetto per una commedia di costumi contemporanea, vero?

E infatti Jaoui lo tratta proprio così, ma con una leggerezza che non è superficialità. I dialoghi sono scattanti, fluidi, costruiti con la maestria di chi ha passato la vita a scrivere: il film ha lavorato con Emmanuel Salinger, Noé Debré, Florence Seyvos e il fratello Laurent Jaoui, e si sente. Non ci sono frasi inutili, ogni battuta fa tre cose insieme — caratterizza il personaggio, avanza la trama, espone una domanda. È il tipo di cinema dove le persone parlano come persone reali ma con il peso delle idee addosso.

Ciò che rende il film interessante non è la risposta alle domande che pone, ma il rifiuto consapevole di averla. Jaoui costruisce una struttura che mette in dialogo l’opera di Beaumarchais — che considero “una straordinaria testimonianza sulla società dell’epoca” — con il presente del #MeToo. E il parallelo funziona: Le nozze di Figaro parla già di abusi di potere, di sesso come strumento di controllo, di donne che si difendono. Ma la domanda diventa: se due secoli fa Beaumarchais denunciava questi meccanismi, cosa significa che li stiamo ancora vedendo? Stiamo facendo progressi o solo cambiando la forma dello stesso male? Jaoui lo chiede con un sorriso, ma la domanda è seria.

Ci sono personaggi che incarnano posizioni diverse. Hannah rappresenta l’approccio “pedagogico” — crede nel dialogo, nella fiducia, nella capacità di convertire i cattivi attraverso la comprensione. Cora rappresenta l’intransigenza — elimina il problema, lo ostracizza, non negozia. Igor è il vero colpevole mascherato, terrorizzato dalla prospettiva di una resa dei conti pubblica. Il produttore vuole solo che lo spettacolo vada avanti, preferibilmente con una bella attrice nella camera accanto alla sua. Nessuno è completamente giusto, nessuno è completamente sbagliato, e il film non cerca di risolverli in una gerarchia morale. È raro, nel cinema contemporaneo, trovare un’opera che rifiuti di semplificare il tema più spinoso degli ultimi decenni.

Formalmente, Jaoui ha scelto di disseminare il film di invenzioni di sceneggiatura veicolate soprattutto dai due assistenti, Samir e Clothilde — figure che funzionano quasi da coro, commentatori operistici del caos. È una scelta formale che ricorda come il cinema stesso sia costruito, come le convenzioni servono a farci credere in una trama, e nel momento in cui ce lo ricordi, la trama si relativizza. Non è sperimentalismo fine a se stesso, ma una forma che serve al contenuto: il tema del film è come noi costruiamo narrazioni sulla colpa e sull’innocenza, quindi il film gioca con il linguaggio narrativo stesso.

Ciò detto, il film ha anche i suoi limiti. Nel secondo tempo, la struttura rischia di diventare un po’ dispersiva — ci sono momenti in cui il gioco formale prende il sopravvento sulla tensione emotiva di quello che sta accadendo. Quando Piazzoni viene accusato, quando Igor confessa i suoi terrori, quando le generazioni si scontrano: questi sono momenti potenti, ma il film talvolta li smorza con l’ironia, come se la leggerezza fosse l’unica difesa contro la serietà. Non è un difetto grave, ma è una scelta che alcuni troveranno intelligente e altri frustrante — dipende da quanto ami il cinema che ti fa pensare senza mai farti completamente stare comodo.

L’interpretazione straordinaria di Vincenzo Amato merita una menzione speciale: il suo Piazzoni è un baritono vanesio che, quando accusato, alza le mani non per resa ma per incredulità. È un personaggio che potrebbe essere detestabile, e invece è terribilmente umano — capaci di sentire la propria innocenza anche mentre sappiamo che è colpevole, affetto dal proprio carisma, incapace di capire che il consenso non è il silenzio. È il tipo di performance che fa funzionare un film come questo, perché impedisce di prendere una posizione comoda.

Tirando le somme: L’objet du délit è un film che pensa mentre intrattiene. Non è una commedia nera, non è una tragedia sociale, non è un thriller. È un’opera di forma e di ragione, che sa di non avere risposte e trasforma questa mancanza in virtù. Vale la visione per chi ama il cinema che ti fa tornare a casa con domande invece che con certezze, e che crede che il cinema abbia il diritto — forse il dovere — di far ridere mentre affronta cose gravi. È al cinema adesso.

Pregi

  • Dialoghi scattanti e fluidi, costruiti con maestria
  • Affrontamento intelligente del tema #MeToo senza semplificazioni
  • Interpretazione straordinaria di Vincenzo Amato
  • Uso operistico del linguaggio cinematografico per disseminare paradossi sociali
  • Rifiuto di risposte preconcette su femminismo e progresso

Difetti

  • Struttura leggermente dispersiva nel secondo tempo
  • Alcune scelte formali rischiano di diluire la tensione dei conflitti reali
3.5 su 5

Verdetto

Un film che pensa mentre intrattiene, lanciando domande sul femminismo senza pretendere di avere risposte. Vale la visione per chi ama il cinema di forma e di ragione.