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"La casa – Il rogo del male" — Recensione

Recensione

"La casa – Il rogo del male" — Recensione

2.0 su 5
2026 1h 50m Horror

Sébastien Vaniček non riesce a fare il bis con il nuovo capitolo della saga raimiana. Horror affrettato, senza tensione e ridotto a sola sentimentalità. I fan storici resteranno delusi.

di Alessio Valtolina ·

Dopo aver impressionato con Vermines — un’opera prima horror aracnofobica che si vide in anteprima a Venezia nel settembre 2023 — Sébastien Vaniček torna al genere con tutte le premesse per confermare il suo talento registico e la sua comprensione del brivido. Invece, La casa – Il rogo del male, nuovo capitolo della saga horror nata dalla mente e dalla regia di Sam Raimi, è una doccia fredda. Non una bomba, non uno scandalo clamoroso: solo una delusione piatta, prevedibile, incapace di trovare il polso del film che poteva essere. È il genere di esperienza che ti lascia nel dubbio se il problema sia il copione, la mano del regista o semplicemente l’impossibilità di fare un lavoro serio dentro i confini di una franchising già definita. Peccato, perché il potenziale era tutt’altro che invisibile.

La trama parte da un’idea niente male: una donna, dopo la perdita del marito, si rifugia presso i suoceri nella loro isolata casa di famiglia per cercare conforto e appartenenza. Man mano che i giorni scorrono e la tensione familiare cresce, i parenti iniziano a trasformarsi in Deadites — i non-morti demoniaci della saga — e quello che dovrebbe essere un rifugio affettivo diventa progressivamente un inferno domestico. La scoperta più inquietante è che i voti pronunciati in vita continuano a vivere, a perseguitare, oltre la morte stessa. È il genere di concetto — il non-detto familiare che ritorna come maledizione sovrannaturale — che, nelle mani giuste, potrebbe generare una tensione palpabile, magari anche qualche buona idea di sostanza sul tema della memoria familiare trasformata in terrore cosmico. Raimi avrebbe saputo cosa farne.

Il problema è che Vaniček non riesce a scalfire nulla di questo. La tensione scenica — quella che dovrebbe far salire la pressione dentro una sala, che dovrebbe farvi stringere i braccioli della poltrona — è semplicemente assente. Non è questione di scena clamorosa mancata o di effetto speciale respinto: è una mancanza più profonda, strutturale. Quello che rimane dopo il primo atto è un film affrettato, palesemente ridotto a una sola dimensione affettiva. È il luogo comune della modernità contemporanea: emozioni sofisticate al posto della paura primitiva, psicologia da coppia in crisi al posto dell’horror vero. È il difetto che affligge buona parte del cinema moderno, quando qualcuno confonde il sentimento con la sostanza, la malinconia con lo spaventare. Qui il sentimento nemmeno funziona bene: è calato addosso al film come un abito di taglia sbagliata, che non sta, che intralcia i movimenti.

Ciò che rende questa delusione ancora più acida è il contrasto diretto con Vermines. Quella opera prima aveva un’idea precisa e ossessiva, un riguardo serio per il genere, uno sguardo registico che non sceglieva le strade facili. C’era uno stile, una visione — il tipo di debutto che fa capire che il regista ha qualcosa da dire e sa come dirlo. Qui, invece, è come se Vaniček avesse deciso di parlarsi dentro: «Ok, adesso faccio un film della saga più celebre della storia dell’horror, cerchiamo di non far male a nessuno, proviamo a mantenere la qualità senza osare troppo». Il risultato è un film che infatti non fa male a nessuno, ma soprattutto non fa nulla di valore particolare. Non scalfisce, non disturba, non cattura, non riesce nemmeno a divertire nel modo grottesco e compiaciuto che dovrebbe essere la firma della saga.

C’è poi la questione non secondaria della legacy — dell’eredità che il regista si porta sulle spalle. La saga raimiana è roba seria, siamo onesti. Il primo Evil Dead del 1981 è un capolavoro assoluto di inventiva e sangue freddo. Evil Dead II è un’opera di stilizzazione pura, mezzo horror mezzo slapstick, perfetto nel suo equilibrio tra terrore e commedia. Army of Darkness è epica sfrenata, leggendaria, il tipo di film che non riesce facilmente oggi. Quando entri in quell’universo, in quella mitologia di possessioni e Necronomicon e deaditi trascinati da forze cosmiche, devi portare qualcosa di valore: una reinterpretazione fresca che rispetti lo spirito originale, un colpo d’ala registico che dimostri di capire la materia, almeno una scena che resti incisa nella memoria dello spettatore per giorni. Vaniček invece gestisce il tutto con la stessa energia affaticata di chi amministra una proprietà ereditata senza particolare entusiasmo o dedizione. Le scelte registiche rimangono monocordi, prosaiche, senza respiro. Non c’è lo spirito della saga — quel mix allucinato di horror e commedia, di gore e grottesco, di ritmo visionario — solo una pallida imitazione che dimentica che il genere vive di eccesso consapevole, di azzardo stilistico, di follia calcolata.

Prendiamo una sequenza che poteva essere determinante: quando la prima trasformazione demoniaca accade, siamo dentro la cucina della casa. È notte. La luce è poca. Il momento potrebbe essere claustrofobico, viscerale, traumatico. Invece, la regia resta distaccata, osservativa, quasi documentaristica. Il montaggio non accelera quando dovrebbe accelerare. I volti degli attori — che qui comprendono star veterane di questa universo narrativo, ma il cui nome è secondario al problema registico — sono filmati con lo stesso grado di interesse di una scena di discussione sentimentale al tavolo da pranzo. Manca la furia, manca il senso di pericolo imminente. È cinema che spiega l’orrore invece di mostrarlo, che racconta la paura invece di farla vivere.

Anche il terzo atto, quando il caos dovrebbe esplodere e tutto il contenimento emotivo della prima metà dovrebbe trasformarsi in apocalisse domestica, rimane prudente, controllato, intelligente in modo sterile. Non c’è l’ebbrezza visiva di Raimi, quella capacità di far saltare il tempo narrativo e lo spazio reale per creare uno stato di turbamento puro nel pubblico. Ci sono alcuni tentativi di gore effettivo, ma arrivano come parentesi, come se il regista non fosse completamente convinto di potercisi indulgere. Il risultato è un film che non sa se essere horror rispettabile da festival o intrattenimento da blockbuster, e finisce per non riuscire in nessuno dei due intenti.

Un aspetto che rende ancora più chiara la delusione è il contesto di uscita. La casa – Il rogo del male arriva nelle sale italiane il 9 luglio 2026, in una stagione cinematografica che offre alternative ben diverse: tornano in replica il capolavoro riconosciuto di Pupi Avati, film storici di qualità garantita e altri titoli che meritano decisamente più attenzione. Se siete appassionati di horror vero — quello che sa fare paura, quello che azzarda — ci sono titoli precedenti che rimangono ben più solidi, ben più memorabili. Non dico questo per snobismo: dico che il genere merita meglio di questo, e il vostro tempo anche.

Tirando le somme: Vaniček ha tradito le promesse di Vermines. Non è questione di cattiveria o mancanza di talento — il talento c’è, semplicemente non viene messo a disposizione del film. La casa – Il rogo del male è un horror svuotato di forza narrativa e visiva, ridotto a puro sentimentalismo, incapace di trovare il terrore che dovrebbe essere il suo fondamento. È un film che guarda alla saga di Sam Raimi senza capire che quella saga viveva di eccesso, di coraggio, di visione non negoziata. Qui tutto è negoziato, tutto è addomesticato. Meglio, decisamente meglio, aspettare che qualcuno rimetta in programmazione i capolavori in replica. Quello sì, avrebbe senso.

Pregi

  • La premessa di una riunione di famiglia trasformata in incubo sovrannaturale ha potenziale
  • Il background del regista con Vermines prometteva qualcosa di più incisivo

Difetti

  • Assente la tensione scenica, il film non riesce a scalfire la materia di cui parla
  • Ridotto completamente a dimensione affettiva, perde l'identità horror della saga
  • Insoddisfacente nel maneggiare l'eredità raimiana, non all'altezza dell'opera prima
2.0 su 5

Verdetto

Delusione. Vaniček tradisce le promesse di Vermines: un horror svuotato di forza, tutto sentimento e zero terrore. Meglio i capolavori in replica.