Damian McCarthy torna al cinema con il suo terzo lungometraggio e firma quella che potrebbe essere la conferma definitiva di un talento autoriale non più in ascesa, ma già arrivato. Hokum non è un film su un fantasma in un albergo irlandese: è una mappa geometrica del dolore, un’architettura di rimorso dove il genere horror diventa il linguaggio perfetto per parlare di elaborazione traumatica. Se avete visto Oddity o l’esordio Caveat, sapete cosa aspettarvi da McCarthy — ma preparatevi comunque a sorprese.
Il film parte da un’intuizione straordinaria: Adam Scott, celebre per il registro comico televisivo (Parks and Recreation), viene gettato qui dentro a torso nudo e traumatizzato, a interpretare Ohm Bauman, uno scrittore tormentato dalla morte della madre, dall’alcol, dal senso di colpa. Scott abbandona completamente la sua comfort zone e lo fa con una vulnerabilità rara nel cinema commerciale di genere. Non c’è una battuta di troppo, non c’è un sorriso di consolazione: è solo un uomo che affonda. E mentre affonda, i fantasmi cominciano a parlargli — ma non come accade negli horror tradizionali.
Qui parte il genio di McCarthy: i morti non vengono per tormentare Ohm. Vengono per salvarlo. La madre che lo perseguita nella sua casa non è una punizione, è un invito a guardare il dolore in faccia. Fiona, la barista della locanda, muore (o scompare, il confine è deliberatamente sfumato) ma riappare come uno spettro che lo guida verso la salvezza, vestita di un costume da coniglio gigante che evoca il disturbo gotico dell’esordio di McCarthy. È un rovesciamento completo della semiotica dell’horror: il genere smette di essere paura del sovrannaturale e diventa il vaso dove versare il peso della sofferenza umana.
La regia è qui millimetrica, ossessiva. Ogni inquadratura respira come se respirasse il personaggio. McCarthy ama costruire spazi unici e intricati — case, alberghi, strutture chiuse dove l’architettura stessa diventa personaggio, diventa specchio psicologico. In Hokum, il Bilberry Woods Hotel è una creatura vivente, con i suoi corridoi che sembrano serpeggiare in spazi impossibili, le sue stanze dove il confine tra il dentro e il fuori non è mai chiaro. C’è una sequenza iniziale dove Ohm scrive il finale del suo romanzo — una storia di conquistador nel deserto — e il match cut che lo riporta alla realtà è così freddo, così efficace, che capisci subito: nulla qui sarà solo reale. Il trauma evade dalla pagina scritta e invade lo spazio fisico. Colpa, incubo e malvagità sono un’unica cosa.
Il montaggio è straordinario. McCarthy non affida il peso dell’atmosfera solo alla musica o alla cinematografia — lo affida al ritmo, al respiro, al modo in cui gli elementi visivi si concatenano. C’è una sottile dose di ironia gotica che permea il film: non è un horror che vuole farvi saltare sulla sedia, è un horror che vuole farvi sedere e farvi pensare. I personaggi intorno a Ohm — il proprietario Cob, il receptionist Mal, il custode Fergal, Fiona interpretata da Florence Ordesh — sono costruiti come frammenti di una realtà che pian piano si sfaldano. Peter Coonan e gli altri attori secondari portano una pesantezza, un’ambiguità che rende la locanda un luogo dove nulla è davvero quel che sembra.
Da un punto di vista narrativo, Hokum è complesso. Il film tesse insieme il racconto di Ohm (l’elaborazione della morte dei genitori), il suo stato depressivo alimentato dall’alcol, le leggende sulla suite nuziale della locanda (la Cailleach del folklore irlandese, una strega imprigionata), e gli archetipi psicologici del trauma rimosso. Non è lineare, anzi: deliberatamente sfuoca i confini tra ciò che è accaduto, ciò che Ohm immagina, ciò che Ohm ricorda male, e ciò che è davvero sovrannaturale. Se siete venuti per un horror tradizionale, troverete qualcosa di molto più intelligente e molto più faticoso. È il tipo di film che richiede attenzione totale — non è possibile distaccare lo sguardo per due minuti senza perdere un dettaglio cruciale del tessuto narrativo.
C’è però un rischio: per chi non ama il cinema che le pone domande senza rispondere in modo chiaro, il terzo atto potrebbe risultare frustrante. McCarthy non vi dà tutte le risposte; vi dà i mezzi per costruirvele. La scomparsa di Fiona, la natura vera della strega, il significato finale della ceneri dei genitori — tutto qui resta aperto, ambiguo, stratificato. Non è un limite del film, è la sua forza: la complessità è voluta, è il punto stesso dell’opera.
Tirando le somme: Hokum è il capolavoro maturo che McCarthy era destinato a fare. Dopo l’esordio di promessa (Caveat) e la conferma di talento (Oddity), qui il regista ha trovato la forma perfetta per quello che vuole dire: che i morti non sono nemici, che il genere horror può essere uno strumento di guarigione, che la colpa e la disperazione umana sono il vero sovrannaturale. Adam Scott da la miglior performance della sua carriera, sostenuto da una regia che lo tratta come il personaggio fragile che è. È un film che vi lascerà dentro qualcosa, vi farà tornare a casa diversi. Non è comodità: è arte.
Hokum arriva al cinema il 5 agosto 2026.



