Vai al contenuto
"Passenger" — Recensione

Recensione

"Passenger" — Recensione

2.5 su 5
2026 1h 34m HorrorThriller

Uno spettacolo stupido e divertente, costruito su jump scare e demoni. Funziona come puro intrattenimento d'azione, ma le scelte narrative sono spesso involontariamente comiche. Un film che sa esattamente cosa è: niente di più.

di Alessio Valtolina ·

Passenger è il tipo di film che sa esattamente cosa vuole essere — e sa anche che non è capolavoro. È una giostra stupida e divertente, costruita pezzo per pezzo per farvi saltare dalla sedia ogni dieci minuti. André Øvredal, il regista, ha già dimostrato di saper lavorare bene il genere con Scary Stories to Tell in the Dark nel 2019, dove manteneva la tensione salda senza farsi sentire affannoso. Qui il progetto è simile sulla carta: uno spunto solido, affascinante anche, una trama che promette di tenervi col fiato sospeso. E per buona parte della durata — siamo intorno all’ora e mezza — quella promessa la mantiene.

Cos’è il film, in concreto

Passenger è un horror di genere puro, costruito intorno a un’idea intrigante: un passeggero misterioso si trova a bordo di un volo e qualcosa di terrificante inizia a accadere. La sceneggiatura è di Zachary Donohue e T.W. Burgess, che hanno preso questo spunto e lo hanno sviluppato in una concatenazione di sequenze tese, disegnate per mantenervi in apnea. Non è il tipo di horror che vi lascia con i brividi addosso per ore dopo la visione, nemmeno quello che interroga il vostro inconscio o cita Hitchcock. È semplicemente horror di azione pura: demoni, jump scare, musica stridula, figure che appaiono dal nulla. Il kit standard, ma assemblato con competenza.

Øvredal non guarda all’arthouse, non flirta con l’ambiguità narrativa o il simbolismo: vuole che abbiate paura, e per farlo usa gli strumenti del mestiere senza vergogna. Anzi, proprio quella mancanza di vergogna — quella consapevolezza che il film sa di stare usando le scorciatoie del genere — è sia il suo merito che il suo limite.

Il cast principale non è formato da nomi che vi salteranno immediatamente in mente. Non c’è una star da Instagram che trascina il carico emozionale. E questo è un segnale già in sé: il film conta sulla meccanica del terrore, non sul carisma degli attori. I personaggi principali restano funzionali, figure piuttosto che persone. Gli attori sanno dove stare sulla scena, capiscono il tono richiesto — niente di sofisticato, ma nemmeno imbarazzante. Sono vessel per le sequenze di paura, e svolgono il compito.

Dove funziona davvero

Nella prima metà del film, la tensione è costruita con cura. Øvredal alterna momenti di quiete a scoppi di panico: sa quando tirare la corda taut e quando allentarla. Una scena in particolare, quando il primo vero evento catastrofico accade a bordo e la regia sceglie di mostrarvi il caos senza troppi filtri, è ben orchestrata. Non è violenta gratuitamente, ma nemmeno trattenuta: è il punto di rottura dopo cui il film sa che non potete più tornare indietro. Funziona.

Un’altra sequenza che funziona è quella dove un personaggio si ritrova intrappolato in uno spazio ristretto e qualcosa si muove dall’altro lato di una parete. Qui Øvredal sfrutta la claustrofobia: non serve cgi spettacolare, serve solo la consapevolezza che non c’è via di scampo. Il montaggio è veloce ma non troppo, il suono è disegnato per farvi sentire il battito cardiaco. È horror competente, punto.

Esattamente quello che Scary Stories aveva fatto bene: mantenere viva la tensione anche quando il budget non è hollywoodiano, anche quando le creature potrebbero sembrare ridicole con la luce giusta. Øvredal sa come inquadrare, sa come usare l’oscurità, sa quando usare la musica e quando il silenzio è più terrificante.

Il problema: quando la sceneggiatura crolla

Ma è qui che il film inizia a marcire. Non nella regia, che continua a essere competente fino alla fine. Nel copione.

Perché il vero nemico di Passenger non è la paura, è la stupidità logica. Nel momento in cui il film inizia a sviluppare la storia oltre i jump scare, le persone cominciano a fare cose che non hanno alcun senso. Non nel senso artistico — dove l’illogicità potrebbe essere una scelta consapevole per disorientare lo spettatore. No: nel senso più letterale e frustrante, dove i personaggi si comportano come idioti pur di arrivare alla scena d’azione successiva.

Una persona intelligente fuggirebbe. Chiameerebbe aiuto. Non si infilerebbe in una stanza buia da sola mentre demoni stanno vagando per l’aereo. Non insisterebbe a rimanere sul volo quando avrebbe potuto fermarsi a terra. Non ignorerebbe avvertimenti espliciti. Donohue e Burgess hanno scritto il film con la logica di un videogame: i personaggi fanno quello che la trama chiede, non quello che il senso comune suggerirebbe. E ogni volta che succede, la tensione che Øvredal aveva costruito con cura si frantuma.

C’è una scena verso la metà del film dove un personaggio ha l’opportunità di fare la cosa giusta e la sbaglia completamente. La tensione è ancora alta quando arriva il momento, ma la decisione è così illogica che il tono cambia bruscamente. Non da terrore a rilievo catartico — che sarebbe film — ma da terrore a frustrazione. E quella frustrazione non va via più.

Battute involontarie e tono spezzato

E qui entra in gioco il secondo problema: il tono. Il film finta terrore, ma il copione è così naive che alle volte non sai se ridere o se Øvredal voleva davvero tutta questa ingenuità. Battute che dovrebbero essere drammatiche suonano patetiche. Monologhi che dovrebbero rivelare il conflitto interno di un personaggio sono semplicemente espositivi. La linea fra horror intenzionale e comedy involontaria diventa sottilissima, e il film non riesce a mantenerla.

Sospetto che Øvredal sia consapevole di quello che sta facendo — il film non è incompetente dal punto di vista tecnico, la regia è presente, i suoni sono disegnati, le inquadrature funzionano. Ma consapevolezza tecnica non basta quando il testo è fragile come carta bagnata. Il regista riesce a salvare le singole sequenze, non riesce a salvare il tutto.

Verdetto: funziona se accetti le regole del gioco

Passenger è un film che funziona se accettate un patto semplice: siete qui per saltare sulla sedia, per demoni cattivi e sequenze d’azione costruite bene, non per una trama che regga l’urto di cinque minuti di critica logica. È uno spettacolo stupido, ma è uno spettacolo. Se cercate intrattenimento orrorifero senza pretese, senza dover pensare, senza scene di sofferenza gratuita che vi mettano male — questo vi soddisfa. È efficace nel fare quello che promette di fare.

Se invece volete un horror che sappia anche raccontare una storia coerente, che non vi faccia sentire come complici di decisioni narrative insensate, che vi metta paura senza farvi ridere delle scelte dei personaggi — allora dovete cercare altrove. E onestamente, il fatto che un film di orror necessiti di questo disclaimer è già un segnale che qualcosa non funziona al livello base.

L’unica cosa che rimane davvero impressa non è una scena memorabile, non è un’immagine iconica. È l’impressione di aver guardato un film che sa di essere stupido e per questo, fino a un certo punto, funziona. Un’ora e mezza ben dosate di jump scare e suspense a buon mercato, costruite con competenza tecnica ma in servizio di una sceneggiatura che collassa sotto il suo stesso peso ogni volta che chiede ai personaggi di fare scelte che un bambino non farebbe.

È intrattenimento, non è cinema. E se siete a posto con quella distinzione, Passenger funziona come serata. Se no, rimanete delusi.

Pregi

  • Tensione ben strutturata lungo la durata
  • André Øvredal maneggia bene il genere horror
  • Concetto iniziale intrigante e suggestivo

Difetti

  • Scelte narrative frequentemente stupide e illogiche
  • Jump scare come principale motore narrativo
  • Battute involontariamente comiche che sgonfiano la tensione
2.5 su 5

Verdetto

Un'ora e mezza di puro intrattenimento horror senza pretese. Funziona se accetti il presupposto che sia stupido, ma non è granché.