Passenger è un film che parte da una premessa decisamente interessante, ma si perde strada facendo nella foresta di jumpscare e scelte narrative che lasciano più di un punto interrogativo. André Øvredal, il regista norvegese dietro Scary Stories to Tell in the Dark, affronta ancora una volta il genere horror con un approccio diretto e senza compromessi, ma questa volta il risultato è più instabile di quanto ci si potrebbe aspettare.
Il merito principale di Passenger è strutturale. Non si tratta di un film sfumato, alla ricerca di suggestioni arthouse o di terrore psicologico nascosto. Øvredal sa perfettamente cosa vuole fare: creare tensione, mantenere il ritmo serrato lungo l’ora e mezza di durata, e sorprendere lo spettatore con colpi di scena. In questo senso, lo spunto iniziale è solido e affascinante sulla carta. C’è veramente qualcosa di promettente nel DNA narrativo del film.
Il problema è che la strada tra il concept e l’esecuzione finale si rivela irta di ostacoli. Øvredal, pur avendo le competenze per gestire bene il genere—lo ha dimostrato in passato—si affida in modo quasi eccessivo ai jumpscare come strumento principale di generazione del terrore. Non è una scelta sbagliata di per sé, ma quando diventa il pilastro portante di quasi ogni momento di tensione, il meccanismo inizia a consumarsi.
Demoni, battute involontarie e situazioni comiche
Ciò che rende Passenger particolarmente problematico è l’oscillazione costante tra il tono horror desiderato e situazioni che finiscono per essere involontariamente comiche. Non è raro, nel genere horror, trovare momenti di livello o di umorismo non voluto, ma qui l’effetto è amplificato da scelte narrative che appaiono difficili da giustificare. I personaggi, in più occasioni, compiono azioni che sembrano dettate più dalla necessità di avanzare la trama che dalla logica interna del film.
Lo script, firmato da Zachary Donohue e T.W. Burgess, è ben costruito dal punto di vista tecnico—la tensione è effettivamente percepibile e il ritmo non cala—ma peca sulla qualità delle decisioni che i protagonisti prendono di fronte alle situazioni sovrannaturali che devono affrontare. Uno dei paradossi del moderno horror è proprio questo: più il film è costruito per far paura, meno senso hanno gli ulteriori errori umani che lo mantengono in piedi.
Il divario tra l’idea e l’esecuzione
Quello che emerge è un divario tipico: un’idea iniziale affascinante—demoni, misteri cosmici, tensione well-timed—che però viene diluita da un’esecuzione che non sa quando fermarsi. Øvredal ha la capacità tecnica di dirigere horror, questo è indubbio. Ma Passenger sembra soffrire di quella prolificità che caratterizza il suo percorso recente: troppe produzioni, forse non abbastanza tempo per affinare ogni dettaglio.
Il risultato è un film che funziona a tratti, che mantiene lo spettatore col fiato sospeso in certi momenti, ma che non riesce a evitare la sensazione di incompiutezza narrativa. Non è un fallimento totale—la struttura della tensione è solida—ma nemmeno un successo convincente. È un horror che sa spaventare, ma non sa convincere.



