Roma Elastica arriva a Cannes 79 (2026) come il nuovo progetto del regista francese Bertrand Mandico, e già dal titolo promette quella vena giocosa e consapevole che caratterizza il suo sguardo sul cinema. Un film che parla di cinema parlando di sé stesso, in quel modo leggermente supponente che a volte il metacinema riesce a incarnare quando non sa trattenersi.
La premessa è questa: siamo nel 1982, e Marion Cotillard interpreta Eddie, un’attrice americana che ha conosciuto i suoi giorni migliori a Hollywood. Accompagnata da Valentina, la sua truccatrice fedele, accetta di girare un film di fantascienza a Roma. Potrebbe essere il suo ultimo ruolo, l’ennesimo tentativo di rimanere rilevante. È già tutto qui: una riflessione sulla caducità, sulla nostalgia, sulla machine hollywoodiana che mastica e scarta i corpi.
Il fascino di una Roma da cartolina
Mandico ha scelto di girare Roma Elastica anche negli studi di Cinecittà, il che non è casuale. La location stessa diventa parte della narrazione: una Roma artificiale, costruita, elastica appunto. Non la Roma vera, ma l’idea di Roma che il cinema ha sempre commercializzato. È quello che funziona nel progetto: l’irriverenza nel prendere sul serio questo strato di illusioni, questa sedimentazione di set e di sguardi, di attori che hanno solcato gli stessi corridoi decenni prima.
Al suo fianco sul red carpet di Cannes, oltre a Cotillard, sfilano Ornella Muti, Maurizio Lombardi, Tea Falco e Isabella Ferrari. Un cast che mescola generazioni, stili, tradizioni cinematografiche diverse. Muti in particolare rappresenta quella memoria viva del cinema italiano degli anni Ottanta, proprio il decennio in cui la trama del film è ambientata. Non è solo casting: è già una dichiarazione di poetica.
Il metacinema e i suoi pericoli
Qui sta il punto delicato. Quando il cinema parla di sé stesso, rischia facilmente di trasformarsi in esibizione, in un parlare che vale solo per chi conosce i codici. Roma Elastica corre questo rischio, e la critica che lo chiama “supponente” non è del tutto infondata. Mandico ama il cinema, evidente, ma talvolta quell’amore si trasforma in compiacimento. Il film fantascientifico dentro il film, la ripresa di un’epoca lontana (il 1982, che oggi sembra preistoria), l’attrice che cerca il riscatto: sono ingredienti classici, quasi canonici nel genere.
Ma qui entra il fascino della cosa. Se il film sa giocare bene con questa consapevolezza, se riesce a mantenere un equilibrio tra l’ironia e l’affetto, tra la critica all’industria e l’amore per il suo artefatto, allora il metacinema funziona. E tutto dipende da come Cotillard e il resto del cast abitano questo spazio ambiguo tra realtà e rappresentazione.
Uno sguardo francese su Roma
Non dimentichiamolo: è uno sguardo straniero, francese, su Roma e su Cinecittà. Mandico non è italiano, e questo gli permette una distanza che forse consente di vedere meglio. La Roma del 1982, la fantascienza degli anni Ottanta, il sistema delle apparenze: tutto diventa esoterico, affascinante e un po’ ridicolo al contempo. È quello che sa fare il cinema europeo quando si guarda attorno senza la reverenza anglosassone né la nostalgia latina.
Con Roma Elastica a Cannes 2026, il festival francese continua a coltivare uno spazio per questi progetti ambizionosi, intellettuali ma ancora viscerali, che non rinunciano alla bellezza formale e al piacere dello spettacolo. Che sia un capolavoro o soltanto un’operazione ambiziosa e affascinante, lo dirà il pubblico e la critica nelle prossime settimane. Intanto, il film ha già fatto quello che doveva fare: accendersi sul tappeto rosso e costringerci a riflettere su cosa significa fare cinema oggi, guardando al cinema del passato.



