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Oh Boys a Cannes: quando la fragilità maschile suona fuori tempo

Antonio Donato porta a Cannes 2026 l'unico cortometraggio italiano della Quinzaine des Cinéastes. Un'opera che scruta la mascolinità contemporanea con ironia e intimità, attraverso il gesto di un giovane sassofonista che decide di suonare controcorrente.

di Baldo · · 2 min lettura ·
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Oh Boys a Cannes: quando la fragilità maschile suona fuori tempo

Oh Boys di Antonio Donato è un cortometraggio che arriva a Cannes 2026 come una brezza irregolare attraverso le certezze di un piccolo paese sul mare. Unico film italiano nella sezione Quinzaine des Cinéastes, quella vetrina indipendente dove storicamente trovano spazio le voci fuori dal coro, il film di Donato (sviluppato all’interno del Premiere Film Lab) rappresenta un raro caso di consistenza: il racconto di una fragilità che non grida, ma sussurra.

Un gesto minimo, una frattura profonda

Il nucleo narrativo è quasi invisibile: un giovane sassofonista decide di suonare controcorrente, spezzando il ritmo implicito di un luogo dove l’orgoglio, la competizione e il silenzio trattenuto sembrano regole non scritte. Da questa piccola frattura sonora si diramano tre episodi che osservano come il peso del voler impressionare gli altri possa trasformarsi in una gabbia.

Non è il solito manifesto sulla crisi di mascolinità. Oh Boys costruisce il suo ragionamento senza retorica e senza giudizio, usando l’ironia come strumento di osservazione piuttosto che di condanna. Nel cast Tom Byrne, Meg Bellamy, Luca Lacerenza e Antonio De Rosa incarnano una narrazione dove anche una nota fuori tempo diventa il primo gesto di libertà.

Generazioni a confronto

Nella sua intervista, Donato racconta di aver voluto costruire un confronto generazionale, mettendo in scena diversi tipi di mascolinità. Lui stesso parla di una generazione “privilegiata da un punto di vista di osservazione”, a metà tra l’eredità di padri e nonni e il desiderio di mettere in discussione quegli stessi atteggiamenti. Ma qui sta il paradosso che il film cattura con precisione: mentre desideriamo inscenare nuovi modi di stare al mondo, inconsciamente continuiamo a replicare sempre le stesse dinamiche.

È un’osservazione che sa di sincerità. Non è il manifesto di chi ha già le risposte, ma il diario di chi ancora si interroga.

Un sintomo del cinema italiano

Che Oh Boys sia l’unico film italiano a Cannes in questa edizione non è una curiosità, ma un segnale. Donato stesso non lo nasconde quando affronta la questione con onestà: nonostante laboratori, gavetta, sceneggiature lavorate per anni, case di produzione importanti, rimane difficile per i giovani non solo esordire con un lungometraggio, ma spesso continuare a fare cinema. “Mi chiedo se questa dinamica possa cambiare”, dice. E la domanda rimane aperta, sospesa come il suo film tra due mondi.

Ma quello che conta, in fondo, è che Oh Boys c’è. Che un corto italiano riesca ancora a trovare spazio nelle sezioni più prestigiose e consapevoli di Cannes dice qualcosa sul valore di uno sguardo authentico, di chi sa osservare la fragilità senza pietismo. In un piccolo paese sul mare, un sassofonista ha avuto il coraggio di suonare diversamente. Donato ha avuto il coraggio di raccontarlo.

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