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"In the Grey" — Recensione

Recensione

"In the Grey" — Recensione

3.0 su 5
2026 1h 38m AzioneThriller

Guy Ritchie prova a fare il suo Bond tra finanza internazionale e azione: non è il migliore dei suoi film, ma nemmeno il disastro che la produzione travagliata potrebbe suggerire.

di Alessio Valtolina ·

Guy Ritchie è uno di quei registi a cui, francamente, non si riesce a voler male. Anche quando non è al meglio, c’è sempre in lui quella capacità di intrattenere senza insultare l’intelligenza dello spettatore: cinema commerciale fatto come si deve, pieno di ironia britannica, di azione scatenata e un po’ di cinismo. Le uniche volte che ha completamente sbagliato bersaglio sono state quando si è lanciato nei panni del cineasta Disney o quando ha diretto Madonna — praticamente tutto il resto vive in quella zona di mezzo tra “innocuo e abbastanza piacevole”.

Detto questo, In the Grey arriva carico di cicatrici produttive. Il film è stato finito nel 2023, ha avuto una produzione complicata con reshoot che hanno fatto fatica a trovare budget, e poi è andato in giro come una patata bollente tra distributori: Lionsgate l’ha comprato e tenuto nel cassetto per lungo tempo, prima di cederlo a Black Bear Pictures che ha finalmente fatto partire il rilascio. Quando una storia produttiva è così tortuosa, il sospetto è legittimo: c’è un disastro dentro?

No, ma nemmeno è il capolavoro che Ritchie probabilmente sognava. La verità è che In the Grey è un film che prova a fare un sacco di cose insieme e riesce a un paio di loro, ma non alle più importanti.

La trama è costruita in modo intelligente, anche se complicata. Eiza González interpreta Rachel, un’avvocato che lavora per una misteriosa società finanziaria di New York con l’incarico di recuperare un miliardo di dollari che un ricchissimo villain (e cattivissimo) si rifiuta di restituire. Il piano implica muoversi nella “zona grigia” tra legalità e illegalità, con l’aiuto di due guardie del corpo interpretate da Jake Gyllenhaal e Henry Cavill. Sulla carta, c’è il tentativo di Ritchie di reinterpretare il modello del film di spie alla Bond — l’isola privata del cattivo, l’esercito personale, i bravacci fedeli — ma filtrato attraverso il genere del thriller finanziario.

Qui arriva la strizzata d’occhio a Steven Soderbergh (il Soderbergh di Panama Papers, per intenderci): una trama costruita attorno ai meccanismi opachi della finanza internazionale, le società offshore, i prestanome, i conti segreti. È un’idea affascinante, e il parallelo con i film di Soderbergh — le sequenze lunghe di preparazione di un piano complesso, tipo Ocean’s Eleven o La truffa dei Logan — regge per buona parte del film. Ritchie non è Soderbergh (che è un regista fondamentale, mentre Ritchie è piuttosto un gradevole accessorio del cinema commerciale), ma il tentativo di elevare In the Grey oltre il semplice film d’azione è apprezzabile.

Il problema — e qui non si può girare attorno — è che tutto questo non coagula veramente. L’atto finale diventa ripetitivo, e Ritchie non trova la strada più interessante o originale per risolvere il conflitto. Quello che poteva essere un’esplorazione interessante dei “lati oscuri della finanza internazionale” rimane più un espediente narrativo che una vera tematica del film. È come se Ritchie avesse tracciato una mappa promettente ma poi si fosse perso nel ritorno a casa.

Quello che rimane, però, è un film ancora guardabile. L’azione è ben orchestrata, il cast fa il suo dovere senza sbavature, e c’è quella qualità brit-ironica che caratterizza Ritchie anche quando le cose non procedono perfettamente. Non è la fine del mondo, insomma. È più una mancata occasione: aveva tutto per essere uno di quei thriller intelligenti che rimangono in testa, e invece scivola via dalla memoria dopo il finale.

Ritchie ha già due altri film in cantiere, così non ci soffermiamo troppo su questo. In the Grey è competente, prova a non annoiare e non ci riesce del tutto, ma nemmeno ti tradisce clamorosamente. È il tipo di film che guardi al cinema, non te lo ricordi perfettamente due settimane dopo, ma non ti penti di aver speso i soldi del biglietto. Se cerchi intrattenimento senza pretese — e con un cast che sa il fatto suo — è una scelta ragionevole.

Pregi

  • Guy Ritchie mantiene il suo stile simpatico e divertente anche quando le cose si complicano
  • Il tentativo di reinterpretare il film di spie e di intreccio finanziario è apprezzabile
  • Cast solido con Jake Gyllenhaal e Henry Cavill nei panni delle spalle armate

Difetti

  • L'atto finale diventa ripetitivo e non trova soluzioni originali
  • La complessità della finanza internazionale rimane più sulla carta che nello sviluppo narrativo
  • Una produzione travagliata (reshoot lunghi, cambio distributore) si sente
3.0 su 5

Verdetto

Ritchie non sfonda, ma nemmeno affonda. Un intrattenimento competente che prova a essere più intelligente di quanto riesca effettivamente.