C’è un falso mito che circola da anni nelle sale riunioni dei produttori italiani: i giovani non vanno più al cinema. È falso. Anzi, è il contrario.
Secondo i dati Cinetel, dopo la pandemia il calo di spettatori ha riguardato principalmente il pubblico over 45, non i ventenni. La Generazione Z continua a frequentare le sale, magari con modalità diverse da quella dei genitori, ma ci va. Il vero problema è che il cinema italiano non sa più parlarle.
A fotografare la situazione sono tre voci importanti dell’industria: Alessandro Usai (Presidente ANICA), Marta Scandorza (Theatrical Manager FilmClub Distribuzione) e Andrea Occhipinti (Presidente Lucky Red). Tre prospettive diverse, ma convergenti su un punto: il settore deve muoversi, subito.
Il problema: il cinema italiano non parla ai giovani
Usai è esplicito. Non è che i giovani abbiano abbandonato le sale: è il cinema italiano che ha smesso di intercettarli. E non solo loro, ma anche bambini e famiglie. Il dato è chiaro, eppure l’industria nazionale continua a produrre film pensati per il pubblico medio di una volta, quello che oggi non esiste più.
La soluzione? Usai suggerisce di imparare dall’industria musicale, che negli ultimi 15 anni ha completamente ripensato il modo di raggiungere i giovani, da Spotify al rapporto con TikTok. Il cinema italiano non ha ancora capito che non si tratta di abbassare la qualità, ma di cambiare linguaggio e angolazione narrativa.
FilmClub e Lucky Red, però, dimostrano che una strada esiste già. Non serve inventare nulla di nuovo: serve solo che il resto dell’industria decida di averla il coraggio di prenderla.
Cosa funziona: autori, casting, classici
Marta Scandorza di FilmClub ribadisce l’importanza del cinema italiano contemporaneo, ma non in modo nostalgico. La casa di distribuzione (nata come divisione di Minerva Pictures, che ha radici anche produttive) continua a investire sia nelle novità sia nei grandi classici restaurati in 4K. L’idea è che il patrimonio cinematografico, quando riproposto in sala, diventa un evento culturale, non una riedizione televisiva. Hanno provato con L’odio di Mathieu Kassovitz e ha funzionato.
Ma il vero cambio di paradigma è in quello che dice Occhipinti. I giovani non vogliono solo blockbuster: cercano anche il cinema d’autore. Sono disposti a muoversi tra generi diversi, dai film dello Studio Ghibli all’horror, fino alle opere d’autore e ai grandi classici restaurati.
Tra i titoli della stagione di Lucky Red c’è Storie parallele di Asghar Farhadi, con Isabelle Huppert, Vincent Cassel, Virginie Efira e Catherine Deneuve. Un film francese, non italiano, con un regista iraniano: eppure è proprio questo tipo di progetto che attira i giovani. Perché? Perché è un film su qualcosa (la costruzione della realtà attraverso lo sguardo, il rapporto tra osservatore e osservato), non solo intorno a qualcosa.
C’è anche Coyote vs. Acme, ibrido live action-animazione con John Cena e Will Forte. Un titolo che funziona sia per nostalgia (Willy il Coyote è iconico) sia per innovazione (il linguaggio visivo è completamente nuovo). Non è un caso che sia un titolo che parla a più generazioni contemporaneamente.
Lo star system esiste, ma non è tutto
Scanforza puntualizza un dettaglio importante: lo star system conta nel processo di comunicazione, ma la capacità interpretativa degli attori è quello che davvero fa la differenza. È un equilibrio delicato. Il cast deve essere di rilievo, ma il progetto artistico deve essere solido. Se manca uno dei due elementi, il film non decolla.
Questo è esattamente quello che il cinema italiano ha perso negli ultimi 15-20 anni: la capacità di costruire progetti artistici solidi con attori bravi, indipendentemente dal fatto che fossero star internazionali o talenti emergenti.
Non è questione di generazioni, è questione di linguaggi
Quel che emerge dalle tre interviste è che il problema non è una questione anagrafica, ma narrativa. I giovani non vogliono altro tipo di cinema: vogliono cinema fatto diversamente. Con ritmi diversi, tematiche diverse, prospettive diverse. Non più basso, non più pop, non più commerciale per compensazione: solo diverso.
FilmClub, Lucky Red e ANICA lo sanno. La questione ora è se il resto dell’industria italiana avrà il coraggio di ascoltare. I dati di Cinetel dicono che il tempo non è infinito.



