Vai al contenuto
"Separazioni" — Recensione

Recensione

"Separazioni" — Recensione

4.0 su 5
2026 1h 37m Dramma

Stefano Chiantini costruisce un dramma familiare rigoroso sulla rovina silenziosa dei legami. Quando la montagna entra in casa con la scomparsa di Laura, una famiglia scopre di non riuscire a contenersi. Bianco e nero severo.

di Alessio Valtolina ·

Separazioni è il film di chi ha capito che la montagna non è solo paesaggio. Stefano Chiantini costruisce un dramma familiare severo intorno a una scomparsa — Laura, figlia, adolescente, scompare sulle vette innevate del Gran Sasso — e da lì estrae tutto quello che occorre: l’attesa, l’angoscia, il rimorso che consuma in modi diversi, la scoperta che una famiglia apparentemente solida è solo il risultato di un equilibrio precario. Non è facile dire cosa succeede in questo film, perché quello che conta non sta negli eventi, ma negli spazi fra le parole, nei corpi che imparano a vivere dentro una ferita che non si chiude.

Il film comincia con un’immagine memorabile: una Madonna che sale sola in seggiovia verso il bianco, piccola, quasi esposta. Prima ancora che la storia si apra, Chiantini affida al quadro la propria ombra — il presagio di ciò che ancora nessuno sa nominare. È una scelta di regia sobria, non invasiva, ma calcolata. La neve qui non è romantica. È il luogo dove la famiglia di Pietro ha insegnato ai figli libertà, rischio, corpo. La montagna era un codice, una disciplina trasmessa come eredità. Laura l’aveva assimilato, forse troppo bene. Quando smette di tornare, la montagna entra in casa e non se ne andrà più.

Chiantini non è un regista nuovo — ha alle spalle una solida filmografia di drammi osservativi, lavori che si affidano al silenzio e alla pazienza dello spettatore. Qui rafforza quel metodo: la regia procede per sottrazione, per ciò che NON vede. L’incidente che toglie Laura rimane fuori dallo schermo, sottratto alla curiosità del fatto, all’effetto. È una scelta che potrebbe sembrare prudish nel cinema contemporaneo, dove la tendenza è rovesciare tutto davanti ai nostri occhi, ma qui funziona perché crea uno spazio dove l’orrore vive nei corpi, nei volti, negli oggetti. Invece di mostrarci lo schianto, il regista osserva cosa accade nelle stanze quando l’attesa diventa il vero disastro. Mara e Pietro si trovano dentro una pena senza contorni, alimentata dal ritardo delle notizie, dall’angoscia del forse, dall’impossibilità di ricondurre a un ordine quello che sta accadendo. La tragedia prende possesso delle stanze per gradi, si deposita sui volti, entra nei gesti quotidiani che continuano a ripetersi con una crudeltà quasi domestica.

Barbora Bobulova, negli ultimi anni protagonista di lavori sempre più consapevoli (da Acciaio a Esterno Notte, dove ha interpretato con discrezione alcuni episodi della serie Sorrentino), qui incarna Mara — madre insegnante, consapevole dei limiti dell’adolescenza, consumata da una rabbia che non sa dove andare. E Adriano Giannini, figlio d’arte ma attore risoluto che sa stare nell’ombra registica altrui, è Pietro — il padre legato alla montagna, intaccato da una colpa che emerge solo nel terzo atto, quando la camera lo cattura in una cucina mentre prepara il caffè come se niente fosse, e il dettaglio è devastante perché è così quotidiano. Le loro recitazioni non sono plateali. Lavorano nei gesti, nella distanza che si crea quando due persone vivono lo stesso evento con movimenti interiori opposti. È il tipo di recitazione che richiede misura, e qui c’è, tangibile, costruita su dettagli che un’attrice e un attore meno concentrati avrebbero lasciato cadere. Giancarlo Giannini (padre di Adriano), in una parte minore ma decisiva, appare come il nonno — figura del passato che conosce bene il male della montagna e tenta di comunicare una saggezza che nessuno ascolta.

Il titolo Separazioni contiene già la struttura morale del tutto: parla della distanza tra chi parte e chi aspetta, tra marito e moglie lacerati dalla tragedia in modi inconciliabili, tra genitori e il figlio sopravvissuto — Agostino, rimasto ai margini di una sofferenza adulta che fatica a riconoscere. C’è una scena specifica, intorno alla metà del film, dove Mara e Pietro si trovano nella camera da letto, in piedi, a qualche metro di distanza. Non si guardano. Non dicono nulla. Lui spegne la luce. Lei la riaccende. Lui respira, vediamo il respiro, vediamo che è un gesto minuscolo di resistenza. La camera non si muove. È una scena da tre minuti che racchiude tutto quello che un film più convenzionale avrebbe risolto con una conversazione o uno scontro. Qui no. Qui il conflitto vive nel silenzio e nella negazione del contatto.

Un’altra sequenza, che rimane con addosso, è quella della nevicata. Mentre la neve cade su Grigioverde (il piccolo comune che ospita la famiglia), Chiantini allunga la visione fino a farla diventare quasi contemplativa, quasi ipnotica. Ma c’è una violenza sotto quella bellezza — la consapevolezza che la neve è anche ciò che ha inghiottito Laura, che ogni fiocco è silenzio e cancellazione. La scelta di Paolo Carnera, il direttore della fotografia, di girare in bianco e nero restituisce alla neve una bellezza cupa, quasi liturgica. Non è un’affettazione. Funziona perché sottolinea la severità del dramma, toglie ogni tentazione verso il sentimentale, trasforma il paesaggio in testimone morale. Il paesaggio diventa quasi un personaggio vero, costretto a portare il peso di quello che ha tolto.

Chiantini firma così un’opera che non concede sconti. La regia osserva i personaggi con una misura che accresce la violenza del dramma — non l’urla, ma il rimorso che consuma nei corpi e nei gesti, l’attesa che incide il tempo con precisione crudele, la progressiva rovina dei legami quando una perdita entra in una casa e ne rivela la fragilità. È cinema d’autore nel senso più rigoroso: drammaturgìa affidata ai silenzi, ai vuoti domestici, all’impossibilità di ricomporre in una forma stabile ciò che la tragedia ha incrinato. Non c’è una catarsi finale. C’è una comprensione lenta, dolorosa, che la sofferenza non si supera — si impara a portarla. La conclusione del film, ambigua e non consolatoria, lascia i personaggi esattamente dove la fisica della loro sofferenza li ha spinti.

Non è facile. Non è conciliante. Ma è onesto — un film che sa che alcune fratture non si ricuciono, che l’attesa è più crudele del lutto stesso, che la montagna rimane montagna anche quando ti ha rubato una figlia. Chi cerca cinema di osservazione, chi sa stare dentro il silenzio, troverà qui materia rigorosa e consapevole. Chi ha fretta di risposte, chi vuole che il dramma gridi, rimarrà fuori — e non è un difetto del film, è esattamente quello che Chiantini intende. La severità è una forma di rispetto verso chi guarda e verso la complessità del dolore.

Separazioni è al cinema dal 2026. Se non lo trovi in sala, resta vigile sulle piattaforme streaming dove arriverà nei mesi successivi — per un’opera così, non vale la pena forzare il compromesso dello schermo piccolo, ma se è l’unica strada percorribile, almeno metti il telefono in un’altra stanza e concediti la concentrazione che il film chiede e merita.

Pregi

  • Regia osservativa che affida tutto ai silenzi, ai volti e ai vuoti domestici
  • Recitazione di Bobulova e Giannini che incarnano due dolori opposti e credibili
  • Uso della montagna come personaggio morale, non solo paesaggio
  • Bianco e nero di Paolo Carnera che restituisce alla neve una bellezza cupa

Difetti

  • Il ritmo lento potrebbe risultare faticoso per chi cerca drammaturgìa più esplicita
  • La scelta di sottrarre l'incidente allo sguardo dello spettatore limita l'impatto emotivo iniziale
4.0 su 5

Verdetto

Un'opera rigorosa che non concede sconti: la tragedia lavora nei corpi e nei gesti, trasformando l'attesa in strumento narrativo. Cinema d'autore che esige disponibilità dal pubblico, ma ripaga.