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"The Lion at My Back" — Recensione

Recensione

"The Lion at My Back" — Recensione

4.0 su 5
2026 1h 46m Dramma

Opera seconda di Tonia Mishiali su marginalità e solidarietà femminile. Due donne ai margini — un'immigrata senegalese e un'ex tossicodipendente cipriota — si incontrano in un'opera rigorosa che non scusa, non piange, denuda il sistema.

di Alessio Valtolina ·

The Lion at My Back è la seconda opera di Tonia Mishiali, filmmaker cipriota che scrive ritratti di donne marginalizzate senza indulgenza e senza scorciatoie. Dopo Pafsi (storia di segregazione coniugale), qui il suo sguardo si allarga: non una sola donna oppressa, ma due, intrecciando le loro forme di esclusione in una critica che mira dritto al sistema capitalista e patriarcale che governa il nostro Occidente. È il tipo di cinema che non vuol farvi sentire bene — anzi, vi vuol far sentire sporchi, complici, incapaci di assolvervi.

La trama è deceptively semplice. Mariama, diciottenne appena arrivata dal Senegal come richiedente asilo, esce dal centro d’accoglienza per cercarsi una vita. Stella, cipriota in recupero dalla tossicodipendenza, sta cercando di riottenere l’affidamento di sua figlia — gli esami tossicologici le impediscono di avere quella custodia. Inizialmente si usano l’una l’altra con cinismo. Poi, in quella lotta comune per sopravvivere in un mondo che le ha tradite entrambe, nasce un legame che non è sentimentale, è tribale — come dice il film stesso, simile a quello fra madre e figlia, dove il rapporto di forza e bisogno diventa la vera struttura della relazione. Non c’è redenzione in questo incontro, nessuna salvezza reciproca: c’è solo il tentativo quotidiano di non affogare insieme.

Il merito vero di Mishiali non è la trama: è come la racconta. Il film è una concatenazione di situazioni che accumulano umiliazione senza retorica. Mariama trova lavoro presso un macellaio, che la paga in nero, la mette a fare il lavoro più degradante — il disossamento, il taglio delle carni, il sangue fra le dita. È una metafora perfetta, non invasiva: il corpo della donna come merce, come carne da scomporre e vendere. La regia di Mishiali non batte il chiodo; mostra semplicemente Sokhna Diallo, che interpreta Mariama, intenta a ripetere il gesto ossessivo del taglio, il suo volto che si abitua all’orrore perché l’alternativa è la strada. È uno dei momenti più forti del film: non c’è colonna sonora, non c’è musica triste. C’è solo il suono umido della macelleria, il freddo della cella refrigerata, la geometria crudele dello spazio.

Stella, d’altro canto, interpretata da Ελένα Καλλινίκου con una sottrazione di affetti che è devastante, lavora saltuariamente come sex worker in un club privé dove si pratica un’atto ancora più violento — non detto direttamente, ma suggerito con nausea visiva. La telecamera non entra nelle stanze. Vediamo solo Stella che entra in ascensore, e poi la vediamo uscire ore dopo, e il film non ha bisogno di mostrarti nulla perché tu capisca tutto. È il rispetto per la dignità dello spettatore che Mishiali ha — non ti fa guardare la violenza, ma ti obbliga a saperla. E quando la urina di Stella (il rifiuto del corpo umano, lo scarto definitivo) le impedisce di riottenere la figlia, quando lei chiede a Mariama di rubarle un campione per ingannare i test tossicologici, il film ha raggiunto una densità simbolica che non ha bisogno di spiegazioni. È il momento più crudo: non è una scena di violenza esplicita, è una scena di resa totale. Due donne che si sporcano insieme per non affondare sole.

Lo sguardo senza pietismo

Tutto avviene a Cipro, ma il film è deliberatamente anonimo: potrebbe essere Atene, Bruxelles, qualunque città del primo mondo dove i migranti sbarcano come ultimi della terra. Cipro è l’avamposto dell’Europa, la prima trincea, il luogo dove gli scarti dell’umanità si accumulano in silenzio. Non c’è pietà nel modo in cui Mishiali inquadra questi spazi: case fatiscenti, muri scrostati con la carta da parati che pende, uffici burocratici dove i funzionari negano i diritti elementari dietro lo schermo di una procedura. È il tipo di cinema che si vede spesso nei film di Cristian Mungiu o Lynne Ramsay — una visione sociologica che non giudica il singolo, ma la struttura che lo contiene.

Mariama non può aprire un conto in banca perché non ha una residenza; non può trovare casa perché le banche la rifiutano. È il cane che si morde la coda della discriminazione sistemica, e il film lo mostra con una fredda precisione che è quasi geometrica. C’è una scena dove Mariama cerca di accedere ai servizi pubblici e le viene chiesto un documento che non ha, e poi le viene chiesto dove abita, e poi le viene detto che non può accedere senza una residenza registrata. È il cerchio vizioso spiegato in tre battute, e Mishiali non ha bisogno di aggiungere nulla — il sistema si auto-denuncia.

Le recitazioni di Sokhna Diallo e Ελένα Καλλινίκου sono il fondamento di tutto. Non c’è bravura da Oscar, non c’è emote acting da serracqua, non c’è ricerca della simpatia dello spettatore. Ci sono due donne che si muovono dentro un’economia di marginalità, che si toccano, si usano, si aiutano, tutto con lo stesso peso specifico — nessuna è più nobile dell’altra, nessuna salva l’altra. Sono due che cercano di non annegare. Diallo ha il volto di chi ha imparato a non sperare troppo; Καλλινίκου ha la voce di chi ha già ceduto tutto quello che poteva cedere. Insieme formano un duetto di resa che è tutto il film.

I momenti che rimangono

Ci sono sequenze che rimangono impresse non per la loro bellezza cinematografica, ma per la loro cruenta semplicità. Una sequenza di montaggio mostra Mariama che guarda un convoglio di migranti partire verso un centro d’accoglienza, il suo volto che accumula pietà e distacco simultaneamente, poi il taglio improvviso a un’alba bianca dove non succede nulla. È cinema di denuncia che sa far parlare le immagini senza urlare. È lo stile di una regista che rispetta lo spettatore abbastanza da non spiegare quello che capisce da solo.

Un’altra sequenza: Stella e Mariama sedute in una stanza vuota, al buio quasi totale, che si parlano di cose ordinarie mentre la telecamera rimane ferma. Non c’è tenerezza, non c’è musica. C’è solo il silenzio fra due donne che sanno che il domani non sarà diverso da oggi. È il tipo di scena che molti spettatori troveranno noiosa, perché non succede nulla. Ma qui succede tutto: succede la rassegnazione, la solidarietà senza illusioni, l’accettazione che la vita non cambierà. Mishiali ha imparato da registi come Cristian Mungiu o Hong Sang-soo che il tempo vuoto è il tempo più ricco di significato.

L’unico punto debole

Ci sono momenti in cui questo rigore, questa durezza di sguardo, mette una distanza fra il film e chi guarda. Non è un film che consola. Non ti assolve. Non ti permette di sentirti dalla parte giusta. È una critica rivolta a te, che leggi dal lato sbagliato della ricchezza, che hai una casa, che non devi mendicare diritti elementari. Per alcuni questo è precisamente il motivo per cui vederlo — è un film che ti mette in discussione, che non ti lascia uscire dalla sala con la coscienza pulita. Per altri, questo distacco sarà come un muro insormontabile. Alcuni troveranno il film freddo, cinico, privo di speranza. E avranno ragione — il film è tutto questo. Ma la speranza è un lusso che Mariama e Stella non si possono permettere, allora perché dovremmo permettercelo noi?

The Lion at My Back arriva al cinema italiano il 6 luglio 2026. È un’opera seria, rigorosa, che merita lo spazio delle sale d’essai — non perché sia inaccessibile, non perché richieda una lettura accademica, ma perché chiede quella forma di attenzione che solo la sala buia, senza scrolling parallelo, senza la possibilità di distrarsi, permette di dare. È un film che non consola, che non redime, che non ti assolve. Per questo è uno dei rari film che serve davvero.

Se cerchi cinema che ti dica che il mondo è ingiusto ma che le persone buone lo cambieranno, vai da un’altra parte. Se cerchi cinema che mostri senza fiatare come il sistema ti distrugge, e come la solidarietà fra scartati non è una soluzione ma solo un modo di non morire da soli, allora The Lion at My Back è quello che stavi cercando.

Pregi

  • Sguardo registico rigoroso e senza pietismo: denuncia il sistema senza cadere nella commiserazione
  • Simbolismo visivo penetrante (la macelleria, lo scarto, l'urina come metonimia della discriminazione)
  • Costruzione narrativa che accumula problematiche reali senza schematismi facili
  • Recitazioni di Sokhna Diallo ed Ελένα Καλλινίκου credibili e non artificiali

Difetti

  • A tratti il rigore formale rischia di mettere distanza fra lo spettatore e l'empatia
4.0 su 5

Verdetto

Un film che non consola, non assolve chi guarda. Denuda le ipocrisie del Nord con la precisione di una critica sociale stratificata. Bravo, duro, necessario.