Tuner - L’accordatore è uno di quei film che sentiamo il bisogno di spiegare prima ancora di giudicare. Daniel Roher, il documentarista canadese che vinse l’Oscar con Navalny, compie qui un’operazione affatto scontata: prende un ragazzo con udito assoluto — Niki White, interpretato da Leo Woodall — e invece di farne un prodigio romantico da salotto, lo trasforma in una figura marginale, ipersensibile ai rumori, costretto a indossare protezioni auricolari e a rinunciare al pianoforte. La soluzione? Diventare accordatore di pianoforti. La complicazione? Scoprire che quell’orecchio perfetto può servire a ben altro — e qui inizia il crimine.
Ciò che rende Tuner diverso dai thriller di rapina moderni è proprio questa scelta: la colonna sonora e il design acustico non sono effetti speciali aggiunti per colpire lo spettatore, ma divengono la materia narrativa stessa. Roher e il co-sceneggiatore Robert Ramsey lavorano su frequenze ovattate, improvvise saturazioni, silenzi artificiali, micro-rumori amplificati. Vedrai il pianoforte come lo vede Niki: ogni corda, ogni martelletto è una vibrazione fisica. E quando il film taglia a una cassaforte, l’operazione si ripete: il gesto dell’accordatore e quello dello scassinatore rispondono alla stessa ossessione per la precisione millimetrica del suono. Non è uno slogan di marketing — è davvero il cuore concettuale del racconto. C’è una scena che rimane particolarmente incisa: Niki entra in una chiesa dove suonano un organo, e il film decide di farci entrare completamente nella sua percezione distorta, quasi allucinante. Non è un montaggio frenetico — è il contrario. È statico, lungo, quasi soffocante. Quel silenzio interrotto da impulsi sonori incontrollati diventa un’esperienza visiva, non solo uditiva. È il tipo di scena che molti troveranno pretenzioso e altri — quelli che amano il cinema di ricerca — troveranno esattamente quello che stavano cercando.
Questo retrogusto anni ‘90 che emerge da ogni fotogramma non è nostalgia pigra, è una scelta consapevole e deliberata. Il film appartiene a quel cinema di medio budget americano ormai quasi scomparso: urbano, sentimentale, criminale insieme, costruito più sui volti e sui tempi morti che sui climax continui. C’è un’etica della sottrazione che contrasta violentemente con i blockbuster contemporanei. Pensa ai thriller di rapina classici — Heat, Inside Man, addirittura Rififi di Jules Dassin negli anni ‘50 — e vedrai come questo film cita quella tradizione senza pedissequità, privandola di ogni retorica dell’azione. Non c’è inseguimento inutile, non c’è scontro a fuoco dove non serve. Ogni movimento è misurato, ogni silenzio è grondante di tensione. È il tipo di decisione che puoi apprezzare solo se ami il cinema costruito su sottrazione, non su addizione.
E la prova che questa strada ha senso la porta Dustin Hoffman, nel ruolo di Harry Horowitz, il mentore di Niki. Non è solo un mentore narrativo — è il relitto vivente di un altro cinema, di un’altra New York, di un’altra idea stessa di recitazione. Hoffman entra nel film con un corpo stanco, quasi sgangherato, eppure attraversato da frequenti lampi d’ironia. C’è una sequenza particolarmente azzeccata dove Harry accorda un pianoforte insieme a Niki, e il film ci fa vedere i due lavorare in parallelo — uno che ascolta il suono, uno che ascolta la vita. Hoffman non recita il mentore saggio; recita l’uomo che sa di aver passato il meglio di sé. È pesantezza, stanchezza affettiva, il tipo di cosa che raramente vedrai in un thriller contemporaneo. È un casting che funziona come un’affermazione teorica: sì, questo è il cinema che vogliamo fare. Non il cinema dei muscoli e dei venti esplosioni al minuto. Leo Woodall, che abbiamo visto in A Small Light e in altri ruoli di carattere, funziona nel suo essere contenuto, quasi invisibile — Niki è chi sa stare zitto, chi ascolta il mondo come una minaccia costante. È il contrario del carisma hollywoodiano, e questo è giusto. Havana Rose Liu, Jean Reno e il resto del cast giocano il gioco dello stile senza protestare: niente scenate, niente urla, niente momenti da trailer. Tutti sanno che il film è su altro, e tutti rinunciano volontariamente al proprio spazio personale per servirlo.
Ma qui il problema non è piccolo, e voglio essere onesto: la sceneggiatura esplora le dinamiche relazionali del protagonista solitario risucchiato dall’illegalità con un certo affanno. Non è che il film non funzioni — funziona, e il suo tono malinconico è tutt’altro che banale. È che a volte la precisione sensoriale del racconto, così meticolosa nel restituire le percezioni distorte di Niki, schiaccia il respiro narrativo. Senti che il film sa dove vuole andare, ma arriva con i piedi pesanti. Nel secondo atto, quando Niki incontra per la prima volta i criminali che lo reclutano, il film rallenta quasi completamente. È una scelta consapevole — il regista vuole che tu senti il disagio e la vulnerabilità di Niki in quella stanza — ma il risultato è che perdi il filo della trama, e cominci a chiederti se stai ascoltando una storia o se stai seduto dentro un’installazione sonora contemporanea. Entrambe le cose hanno valore, ma non sempre convivono felicemente.
Il personaggio di Harry rimane deliberatamente incompiuto, e se da una parte questa incompiutezza è coerente con l’estetica del film — una sorta di cinema non-conclusivo che rifiuta di cucire tutto a lieto fine — dall’altra crea una frustrazione nel desiderio dello spettatore di sentire davvero il rapporto tra i due personaggi decollare. Ci sono momenti in cui senti che potrebbe accadere qualcosa di profondo tra loro, una scena quasi di trapassamento generazionale nel crimine, ma il film si tira indietro sistematicamente. Non so se sia una scelta forte o una rinuncia. Probabilmente entrambe. C’è una cena, verso la fine, dove Harry e Niki dovrebbero confrontarsi sul significato di quello che stanno facendo, e invece il film decide di restare sulla superficie, di mostrare solo i volti che riflettono luce da una finestra. È bellissimo e frustrante al tempo stesso.
Tirando le somme: Tuner - L’accordatore è un’operazione sincera, rara nel panorama contemporaneo. È un thriller per chi ama il cinema di mestieri, per chi gode nel vedere uno sceneggiatore e un regista lavorare su una metafora sonora complessa fino in fondo, senza scorciatoie. Non è un capolavoro — la sceneggiatura ha i suoi cedimenti, il tono malinconico a volte funziona come anestetico piuttosto che come trasporto emotivo, e la frustrazione narrativa non è sempre elegante come il film crede. Ma è un film raro, che rifiuta lo spettacolo per la precisione artigianale, che mette Dustin Hoffman dentro una trama di rapine perché ha qualcosa da dire sul cinema che vorrà ancora fare. Se ami i thriller lenti, il design sonoro come protagonista narrativo, e attori che scelgono il silenzio sulla retorica, allora questo film è per te. Se cerchi un thriller adrenalinico con scene d’azione spettacolari, continua pure a scorrere.
Tuner - L’accordatore arriva al cinema il prossimo autunno.



