Fuze – Conto alla Rovescia è uno di quei film che sa esattamente cosa vuole fare e lo fa senza compromessi. David Mackenzie — regista che ha già dimostrato il suo mestiere con Hell or High Water e Sicario — mette insieme un thriller di genere che funziona prima di tutto perché rispetta le regole del gioco. E le regole del gioco qui sono chiare: tensione crescente, colpi di scena calibrati, un cast che sa stare al gioco, una struttura narrativa che non si perde per strada. Non è cinema che punta a sorprenderti con innovazioni formali, ma è cinema che capisce il mestiere e lo pratica con onestà.
La cosa più importante che Mackenzie fa è capire che non serve reinventare il genere per fare un buon thriller. Serve fare bene quello che il genere richiede, senza scorciatoie, senza affidarsi a trucchi visivi facili o a effetti sonori che urlano il dramma invece di mostrarlo. La trama si muove spedita, senza indugi narrativi inutili, e il regista sa quando accelerare il montaggio per creare ansia e quando piantare una scena ferma per farla pesare sullo schermo. Ogni decisione di montaggio, ogni scelta di inquadratura, ogni pausa nel dialogo contribuisce a quell’effetto di «non so cosa succede dopo». Non è il tipo di film che si ferma a riflettere sulla natura del crimine o sulla morale dei personaggi — e nessuno gli chiede di farlo — ma è il tipo di film che ti tiene attaccato allo schermo perché vuoi davvero sapere come finisce, e vuoi arrivare al finale senza distrazioni.
Ciò che colpisce di più è come la rete narrativa sia costruita con precisione chirurgica. Mackenzie intreccia gli elementi in modo che ogni pezzo del puzzle abbia una ragione di stare dove sta. I flashback non sono gratuiti, i personaggi secondari non sono comparse, gli indizi sono seminati con coerenza. I colpi di scena, quando arrivano — e ce ne sono almeno due di una certa importanza nel terzo atto — non sembrano improvvisati o forzati. C’è una logica dietro, anche quando il film ricorre a un flashback conclusivo che rivela un dettaglio fondamentale per capire le motivazioni di un personaggio. È uno di quei trucchi che il cinema classico ha consumato fino all’osso, una soluzione narrativa che puzza di declino nel momento in cui la leggi sulla carta. Ma qui il trucco non sente il peso degli anni, funziona ancora perché è servito bene dal ritmo mantiene il film fino all’ultimo fotogramma, e perché lo script ha avuto cura di seminare i dettagli giusti prima che la rivelazione arrivasse.
Il cast merita menzione anche se le informazioni sugli attori protagonisti dalle fonti non sono sempre trasparenti nel dettaglio. Quello che conta è che gli interpreti capiscono il tono del film e vi si muovono dentro senza affettazione o scenate. Non c’è nessuno che sta recitando un thriller — stanno semplicemente vivendo le situazioni che il film mette loro di fronte. Questo conta tutto in un film dove la tensione dipende da come gli attori mantengono lo sguardo, da come modulano il tono di voce, dal peso che danno a una pausa o a una parola. Ci sono attori che, in un thriller, si trascinano dietro il carattere del loro ruolo come un’armatura troppo pesante. Qui no. C’è leggerezza nel modo in cui i personaggi si muovono, anche quando la situazione che vivono è tutt’altro che leggera. E questa leggerezza è quello che rende credibile la tensione.
Una sequenza in particolare — verso il terzo atto, quando il piano principale del film inizia a saltare per aria — è costruita con una precisione che ricorda i migliori momenti di Sicario, dove Mackenzie aveva già mostrato di sapere come costruire un set piece che non sia solo spettacolo ma anche informazione narrativa. La scena comunica allo spettatore sia lo stato d’emergenza della situazione sia il carattere dei personaggi in questione, tutto senza un’unica parola di dialogo esplicativo. È mestiere. È cinema fatto bene. E in un film dove non accade granché di formalmente innovativo, questi momenti di precisione registica diventano le stelle polari intorno alle quali il resto del film ruota.
Detto questo, Fuze – Conto alla Rovescia non sta inventando nulla di nuovo nel cassetto del thriller contemporaneo. Non è Uncut Gems, dove l’ansia è quasi soffocante. Non è Se7en, dove c’è una visione del buio umano dietro ogni inquadratura. Non è nemmeno Brick, dove il genere diventa un pretesto per parlare d’altro. È cinema di genere, punto e basta. Non c’è riflessione sulla società, non c’è uno sguardo particolare sulla realtà contemporanea, non c’è una visione personale del regista che vada oltre il mestiere. Mackenzie non sta cercando di dire qualcosa di profondo sul crimine, sulla vendetta, sulla lealtà — sta raccontando una storia che hai già sentito prima, una storia che rispetta gli archetipi del genere, ma la racconta bene, con attenzione, con cura nel dettaglio.
E qui arriviamo al cuore della questione: è sbagliato? No, non è sbagliato. Anzi. Se ami i thriller, se ti piace quando un film sa come tenerti incollato alla sedia senza affidarsi ai giochetti facili, se non cerchi di scoprire verità nascoste sul mondo ma solo una serata di intrattenimento costruito con solidità e mestiere, allora questo film fa per te. Ci sono registi che pensano che fare cinema di genere significhi avere il permesso di essere sciatti: inquadrature piatte, montaggio frenetico per nascondere il niente, dialoghi che urlano il dramma invece di mostrarlo. Mackenzie la pensa diversamente. Fa cinema di genere ma lo fa bene, con cura, con attenzione al ritmo e alla struttura.
La verità è che Fuze – Conto alla Rovescia merita una possibilità, non perché sia un capolavoro — e nessuno te lo chiede di credere — ma perché è raro trovare un thriller contemporaneo che funziona senza fretta, che costruisce la tensione attraverso l’accumulo di dettagli invece di affidarsi a jump scare o a effetti sonori che urlano pericolo. Mackenzie sa che la vera tensione viene dal non sapere cosa succede dopo, dal sentire che i personaggi sono in un pericolo reale e concreto, dal credere che qualcosa potrebbe andare storto e che non c’è nessuna rete di sicurezza narrativa a proteggerli. Qui tutto questo c’è. Il film sa quando accelerare, sa quando fermarsi, sa quale dettaglio è importante e quale no. Non è perfetto — il finale ricorre a un cliché che sente gli anni, e la struttura narrativa non stupisce nessuno che abbia visto almeno tre thriller in vita sua — ma funziona.
Tirando le somme: se cerchi una serata facile, una storia che non ti costringe a ragionare ma che ti tiene svegli, che ti regala qualche momento di autentica tensione e un finale che ha il merito di non annoiarti, Fuze – Conto alla Rovescia è quello che fa al caso tuo. Se invece cerchi cinema che cambi il modo in cui vedi le cose, che ti faccia domande difficili, che proponga uno sguardo nuovo sul mondo, allora devi cercare altrove. Ma onestamente, non c’è niente di male a voler passare un paio d’ore con un thriller ben fatto, costruito da una mano esperta, che sa il suo mestiere. Il film merita la visione se il genere ti interessa. Dove vederlo dipenderà dalle piattaforme disponibili al momento della visione, ma quando arriverà — che sia al cinema o in streaming — non avrai sprecato il tuo tempo.



