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"Come uccidono le brave ragazze 2" — Recensione

Recensione

"Come uccidono le brave ragazze 2" — Recensione

3.5 su 5
2024 CrimeMisteroDramma

Pip torna su Netflix affrontando il trauma e nuovi misteri. Una stagione che bilanciava tra eredità letteraria e scorie psicologiche, tra nostalgia di Veronica Mars e i binari troppo noti del genere teen.

di Alessio Valtolina ·

Come uccidono le brave ragazze arriva alla stagione 2 con una promessa narrativa che sa di sfida consapevole: approfondire le conseguenze psicologiche del ciclo inaugurale, trasformando la giovane detective Pip da investigatrice ingenua a sopravvissuta traumatizzata. Netflix sa perfettamente quale sia il pubblico di questa serie — gli stessi che hanno divorato Mercoledì, che seguono ossessivamente Stranger Things, che cercano nei prodotti YA quella rara combinazione tra letteratura di qualità e tensione televisiva reale. E la scelta registica è coraggiosa: non rifugiarsi nella leggerezza rassicurante dei misteri più innocui, ma spingere direttamente la protagonista dentro il buio del disturbo da stress post-traumatico, dove ogni passo è minato dalla paura e dall’incertezza.

Qui sta il cuore vero della seconda stagione, e qui si concentra il fascino — quanto precario — dell’intera operazione. Non è un mistero nuovo nel senso classico: non è il puzzle criminale che ti aspetti da una detective story tradizionale. È piuttosto il mistero psicologico di come una ragazza di 17 anni possa convivere con l’orrore di aver scoperto cose che non avrebbe dovuto scoprire, di essere diventata il bersaglio di forze — umane e non solo — che la vogliono silenziare, spostare, eliminare dal gioco. Emma Myers, che interpreta Pip, è credibile in questo nuovo territorio emotivo: non recita il trauma come una posa estetica, ma lo incarna come qualcosa che sporca ogni singola azione, ogni relazione, ogni momento di apparente normalità. Il suo sguardo è letteralmente diverso rispetto alla stagione 1. C’è meno luce dentro, più ombra ai margini degli occhi. Quando si muove per casa, o nel corridoio della scuola, non c’è il passo deciso della ragazza curiosa — c’è l’esitazione di chi sa di essere vulnerabile.

Il problema strutturale è che questo potenziale narrativo, tutto reale e significativo, convive male — anzi, molto male — con il genere in cui la serie è intrappolata da contratto con Netflix e BBC. Perché Come uccidono le brave ragazze è un prodotto di eredità letteraria robusta: nasce dai romanzi di Holly Jackson, una trilogia che ha definito un’intera generazione di lettori adolescenti unendo il mystery investigativo all’intimità psicologica, il thrilling al coming-of-age. La BBC, insieme a Netflix, ha saputo rispettare quella eredità nel primo ciclo stagionale, trasponendo sullo schermo il tono Jackson senza tradirlo. Ma la stagione 2 deve confrontarsi con un problema che il genere teen mystery conosce ormai da decadi: è stato fatto meglio, molto meglio, da altri prima di lui. Veronica Mars negli anni 2000 inventò il linguaggio visivo e narrativo di questo tipo di prodotto — detective adolescente, cittadina piccola con segreti, nemici potenti. Pretty Little Liars lo perfezionò e lo complicò ulteriormente. Riverdale lo deformò e lo portò al limite della parodia. Dopo di loro, tutto ciò che arriva in questo spazio narrativo è tristemente riconoscibile, prevedibile, costruito su pilastri già scavati e cartografati che non sorprendono più.

Sulle scelte registiche: il lavoro della regia mantiene un’atmosfera compatta che non scivola mai nella banalità pura. Non è annoiosa — il ritmo è decente, le puntate scorrono con una velocità che sa quando accelerare e quando decelerare, e c’è sempre una ragione narrativa per cliccare su “avanti” piuttosto che abbandonare dopo tre episodi. I personaggi secondari — i genitori di Pip, gli amici intimi come Ravi e Cara, i nemici nuovi e quelli ereditati dalla stagione 1 — hanno spessore e motivazioni che non sono caricate casualmente. La cinematografia è sobria e funzionale, con una palette di colori freddi che sottolinea lo stato mentale fragile della protagonista. Pip e il suo circolo non sono cartoni animati, cliché preconfezionati di una YA assembly line: hanno profondità. E il mistero che li circonda, almeno nella sua architettura di base, ha una logica interna che regge all’esame critico.

Ma ecco il punto critico da cui non si può prescindere: il disturbo da stress post-traumatico di Pip — che dovrebbe essere il fulcro tematico della stagione — rischia di diventare un pretesto narrativo piuttosto che un autentico approfondimento psicologico. Nella prima metà della stagione, il PTSD viene nominato, è visibile, influenza le scelte della ragazza, ma non sempre sentiamo il vero peso di una sofferenza autentica. A tratti sembra una casella da spuntare sulla lista di “elementi complessi da includere in una serie YA di qualità contemporanea”. La vitalità drammatica arriva a sprazzi, non costantemente. Specificamente, in una scena cruciale al terzo episodio, Pip ha una crisi d’ansia durante un interrogatorio scolastico — è ben girata, Myers è brava, il dolore è evidente — ma subito dopo, solo due scene più tardi, è di nuovo operativa, determinata, quasi la crisi non avesse lasciato traccia. Questo balletto tra vulnerabilità e competenza potrebbe essere realistico per alcuni, ma qui sembra più una necessità narrativa (mantenere Pip in movimento) che una vera esplorazione di come il trauma non si risolve in una scena, ma permane.

Anche il rapporto romantico di Pip con Ravi — interpretato da Zain Iqbal — soffre di questa mancanza di profondità. Nella stagione 1 era credibile, fragile e vero. Qui il copione li presenta costantemente in conflitto perché Ravi non capisce che Pip deve investigare, ma il conflitto non ha mai il calore di una vera incomprensione emotiva. Sembra un ostacolo da superare ogni tre episodi piuttosto che una frattura che richiede guarigione. Quando finalmente arrivano a un momento di tenerezza autentica — verso metà stagione, in una scena dove lui le dà un consiglio che non è saggio, ma è umano — il momento funziona, ma è isolato, non parte di un arco.

La trama nel complesso mantiene la struttura mystery classica: c’è un nuovo crimine da risolvere, indizi che si accumulano, sospetti che cambiano direzione. Non è male costruita. Non è banale. Ma è familiare in un modo che non sorprende. Conosci già le mosse del gioco. Sai quando arriverà il plot twist perché conosci la geometria di questo genere. E anche se Holly Jackson ha scritto il materiale originale con ambizione, la trasposizione televisiva non riesce a aggiungere quella scintilla di novità che farebbe saltare il fiato.

Fra chi amava la prima stagione e chi ha divorato i romanzi di Jackson fino alle tre di notte, questa seconda stagione è comunque una scelta narrativa obbligata — non potete fare diversamente che completare l’arco. Per loro, la stagione funziona nel modo in cui vuole funzionare: come continuazione coerente, come approfondimento su conseguenze lasciate in sospeso, come ulteriore tassello di un universo che vi importa. Per gli altri — per chi non conosce la serie, per chi la guarda di passaggio per curiosità, per chi è in cerca del brivido autentico di una vera investigazione televisiva — consiglio di partire dalla stagione 1, lentamente. E se dopo aver concluso la prima stagione non siete completamente catturati, se non vi trovate a pensare a Pip e alle sue lotte nei giorni successivi, allora la stagione 2 non cambierà il vostro giudizio complessivo. Seguirà la stessa ricetta, amplificata ma non innovata.

Tirando le somme: Come uccidono le brave ragazze 2 è una stagione che conosce perfettamente la ricetta di successo e sceglie di ripeterla invece di reinventarla. Emma Myers rimane il valore aggiunto principale — la sua capacità di comunicare trauma senza melodramma è rara nei prodotti YA mainstream. La trama approfondisce gli effetti collaterali psicologici del primo ciclo senza mai perdere la struttura mystery che caratterizza la serie nel suo DNA. La cinematografia supporta il mood. I personaggi secondari hanno vita propria. Ma non innova. Non sorprende. Non fa nulla di sostanziale che Veronica Mars non abbia già fatto trent’anni fa, probabilmente con più classe e originalità. È intrattenimento di qualità solida, pensato per uno streaming Saturday night col popcorn, per chi ha un abbonamento Netflix e cerca qualcosa da seguire settimanalmente. Non è per chi vuole una scoperta che cambi il rapporto col genere teen mystery.

Come uccidono le brave ragazze 2 arriva il 30 gennaio 2025 su Netflix Italia. Vale decisamente la pena guardarla se siete già dentro l’universo di Pip, se avete amato la stagione 1, se i romanzi di Jackson vi hanno segnato. Per gli altri, è un “guarda quando hai tempo e voglia di una serie gialla teen senza pretese estreme, senza veleni strani, senza sorprese che ti sconvolgano”.

Pregi

  • Emma Myers porta carisma e vulnerabilità nel ruolo di Pip traumatizzata
  • La série mantiene il pedigree letterario di Holly Jackson con trama che approfondisce le conseguenze della stagione 1
  • Atmosfera gialla compatta che non scade mai nella banalità pura

Difetti

  • Il genere teen mystery ha visto il suo apice con Veronica Mars e Pretty Little Liars — qui c'è poco di nuovo
  • Il disturbo da stress post-traumatico di Pip rischia di diventare pretesto narrativo piuttosto che autentico approfondimento psicologico
  • Durata e ritmo potrebbero affaticare chi non è fan consolidato della serie
3.5 su 5

Verdetto

Segue la ricetta di successo senza realmente innovarla. Vale per chi amava la stagione 1; per gli altri, è solido intrattenimento giallo teen senza sorprese.