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"Tranquility Base" — Recensione

Recensione

"Tranquility Base" — Recensione

3.5 su 5
2026 1h 21m MisteroDramma

Lorenzo Pedrotti torna dopo 8 anni con un esordio da regista ipnotico: un thriller esistenziale sulla ricerca di identità fra alieni, paralisi notturne e province nebbiose. Ferracane magnetico.

di Alessio Valtolina ·

Lorenzo Pedrotti scompare dagli schermi per otto anni e torna non come attore, ma come regista, sceneggiatore e interprete di Tranquility Base, un progetto che ha tutta l’aria di una sfida personale trasformata in film. La posta in gioco è chiara: dopo anni di provini, spot pubblicitari e serie tv, Pedrotti torna con qualcosa che grida di sé, anche se a bassa voce — un budget a quattro zeri, autoprodotto e auto-distribuito, ma con una visione che tiene il dito sulla ferita del nostro tempo.

Il film è stato realizzato con il supporto produttivo di Fulvio Risuleo, regista romano che passa qui alla veste di esecutivo, e si muove subito su un terreno fragile e vertiginoso: quello in cui non sai più cosa sia reale. Edo (interpretato dallo stesso Pedrotti) è un rider disilluso, un attore fallito che di notte soffre di paralisi del sonno — quella condizione angosciosa in cui il tuo corpo è bloccato, la voce non esce, e qualcosa di nero e senza volto ti tira per il braccio mentre dormi. Non è una metafora, non ancora. È un sintomo medico, dicono i dottori. Ma poi Edo scopre online le interviste di un certo Tranquillo Trotta, guardaboschi che sostiene di essere stato rapito dagli alieni sette volte e di sentire voci nella testa — esattamente quello che sente lui. E la ricerca comincia.

Fabrizio Ferracane nel ruolo di Tranquillo è semplicemente magnetico. Non fa niente di vistoso, ma è lì nel fotogramma e il film intero orbita attorno a lui: tenero e inquietante al contempo, prevedibile e sempre imprendibile. È il tipo di performance che funziona perché l’attore capisce che il personaggio non è un folle urlante, ma qualcuno che vive in uno spazio intermedio fra il sensato e l’incomprensibile, convinto di dire la verità assoluta mentre parla una lingua che non riuscirà mai a comunicare completamente. Quando Edo lo incontra — dopo aver attraversato le province nebbiose intorno a Voghera, quelle pianure grigie dove l’orizzonte è sempre offuscato e minaccioso — il film diventa un’indagine su cosa significhi cercare un senso quando il senso non è più struttura, ma rumore, dissonanza continua.

Tranquility Base** è costruito come un thriller fantascientifico che corteggia le suggestioni di Hitchcock — quella tensione costante che non sai da dove viene — e del Spielberg più esistenziale e dolente, quello di Incontri ravvicinati del terzo tipo quando il film non è più su un fenomeno spaziale, ma su quello che il fenomeno dice di te. Qui gli alieni sono pretesto per parlare d’ossessione, depressione, della divisione fra ciò che senti dentro e ciò che sei costretto a mostrare fuori. Edo consegna pacchi — il corpo si muove meccanico, gli occhi guardano la strada, il cervello è altrove. Quando parla con la madre al telefono, la voce finge una presenza che non sente. È l’uomo contemporaneo ridotto a suo essenza: guscio vuoto che esegue comandi, mentre dentro qualcosa lo chiama in una lingua che non capisce.

Ciò che funziona meglio è l’atmosfera — quella nebbiosità fisica e mentale che il film costruisce con pazienza. Non c’è una colonna sonora che ti dice cosa provare; il suono è part della trama, è la dissonanza che Edo sente nella testa. Gli spazi sono stretti o infiniti, le strade deserte, il cielo grigio. Tutto è un po’ lurido, un po’ losco, un po’ inspiegabile. È cinema che non sceglie di raccontarti una storia lineare, ma di metterti dentro uno stato d’animo, che è molto più rischioso e molto più interessante.

Il problema — e non è piccolo — è che con 81 minuti il racconto rimane abbozzato. I personaggi secondari, come Eli (Yile Yara Vianello, amica e collega attrice di Edo), rimangono sagome. Non sappiamo abbastanza di lei, della loro relazione, di quello che lei vede in Edo o che Edo vede in lei. Perri, l’intervistatore dei video online (interpretato da Claudio Spadaro in una performance postuma che aggiunge un brivido involontario), è poco più che una voce. La trama stessa a tratti si dissolve insieme alla realtà del protagonista — il che è una scelta registica consapevole e audace — ma rischia di lasciare il pubblico non tanto affascinato quanto confuso e poco investito. Non è colpa del film, è il prezzo di un’operazione di questo tipo.

C’è poi il fatto che Tranquility Base è un film sui limiti della comunicazione umana e sulla ricerca disperata di un significato che forse non c’è. Non offre risposte, e volutamente. Non ti dice se gli alieni esistono o se è tutto sintomo psichiatrico. Non ti dice se Edo avrà una risposta su sé stesso. È il parallelo tematico dell’attualissimo Disclosure Day — quel senso contemporaneo che le grandi risposte sono sempre nascoste, sempre un livello più indietro, sempre irraggiungibili. E il film decide di vivere con quella angoscia piuttosto che risolverla.

Tirando le somme: è un’opera che richiede attenzione, che non ti regala niente, che sceglie l’atmosfera sulla trama e il disagio sulla catarsi. Pedrotti ha scritto, diretto e recitato una ricerca personale nel genere, e il risultato è un film che in potenza merita di trovare il suo pubblico — forse non subito al cinema, ma di certo presso quegli spettatori che cercano qualcosa di più raro di quello che passa nelle multiplex. Tranquility Base è al cinema dal 7 giugno 2026.

Pregi

  • La performance di Fabrizio Ferracane come Tranquillo Trotta è magnetica e imprendibile
  • Atmosfera hypnotica e perturbante che dissolve i confini fra realtà e allucinazione
  • Un esordio registico ambizioso che affronta il disagio psicologico attraverso la fantascienza

Difetti

  • La trama a tratti si dissolve insieme alla realtà del protagonista, rischiando di perdere il pubblico
  • Con 81 minuti il racconto rimane abbozzato, specialmente nei rapporti fra i personaggi secondari
3.5 su 5

Verdetto

Un film coraggioso e ipnotico che merita lo sforzo del pubblico. Non è intrattenimento leggero, ma qualcosa di più raro: cinema che ti lascia dentro una domanda irrisolta.