Quando il maestro reinterpreta il maestro
Asghar Farhadi non fa mai le cose semplici. Presentato in concorso a Cannes 2026, Histoires parallèles è la dimostrazione estrema di questa testardaggine: il regista iraniano prende il Decalogo di Krzysztof Kieślowski — la struttura iconica, quella delle dieci storie intrecciate da un filo invisibile — e la ribalta completamente. Non è un remake né un omaggio sincero. È una contestazione dall’interno, una risposta che dice: “Voi Europei vi raccontate così le morali, i casi della vita? Io vi faccio vedere come si fa davvero”.
E il risultato è esattamente quello che ci si aspetta da una mossa simile: spiazzante, intellettualmente crudele, bellissimo e frustrante insieme.
L’architettura di una ribellione
Ciò che funziona di Histoires parallèles è soprattutto la FORMA. Farhadi non tradisce la struttura episodica del Decalogo — mantiene l’idea che il cinema sia fatto di frammenti di vite parallele, di momenti apparentemente insignificanti che si connettono in modo invisibile. Ma lo fa con la sua sensibilità morale, quella che conosce i drammi iraniani, le ipocrisie, le famiglie che si disgregano non sotto il peso di un colpo di scena ma sotto il peso quotidiano della convivenza forzata. Non c’è il piano divino del Decalogo di Kieślowski (dove Dio guarda dal tetto e giudica). Qui non c’è Dio, o c’è ma distratto.
Il cast è calibrato di precisione: Isabelle Huppert affronta una paternità complessa, Vincent Cassel incarna il dubbio tradizionale dell’uomo borghese che pensa di conoscere le proprie certezze (e si sbaglia), Virginie Efira è la donna che sa più di tutti ma non può dirlo. Sono attori che sanno portare il dramma senza urlare. Sanno che il Farhadi più vero è fatto di silenzi.
Huppert in particolare è la chiave di volta del film. Dopo “Caché” di Haneke, dopo i tanti ruoli di donne sospese fra dovere e desiderio, qui costruisce un personaggio che è metafora del cinema stesso di Farhadi: una madre, certo, ma anche un’osservatrice che capisce di non potere agire. È il volto del regista trasferito sull’attrice — sa che ogni gesto avrà conseguenze, e quindi sceglie l’immobilità. Una scena nella seconda mezz’ora, ambientata in un appartamento parigino al crepuscolo, è il cuore del film: Huppert davanti a una finestra, in silenzio per almeno tre minuti, mentre fuori la città scorre indifferente. Lì capisci tutto del progetto di Farhadi.
Tra omaggio e contestazione
Si è parlato di “remake” del Decalogo, ma il termine è sbagliato. Histoires parallèles è piuttosto un’esegesi militante: Farhadi prende dieci dei comandamenti morali che strutturavano l’opera di Kieślowski e li mette in dialogo con dilemmi morali contemporanei, cosmopoliti, attraversati dalle migrazioni, dalle famiglie ricomposte, dalle eredità digitali. Il “non desiderare la roba d’altri” diventa una storia su due fratelli che si contendono un appartamento in eredità. Il “non uccidere” diventa il dilemma di un medico francese che deve decidere se accettare un paziente di cui sa qualcosa di compromettente. Non c’è la mano di Dio. C’è la mano della burocrazia, dell’economia, della politica.
Lo sguardo è dichiaratamente più freddo di quello del polacco. Kieślowski metteva sempre una pietà segreta dietro i suoi personaggi, anche quando li giudicava. Farhadi è più clinico, quasi entomologo: osserva i comportamenti morali senza concedersi mai un giudizio finale esplicito. E qui sta il punto che dividerà: per alcuni è la grandezza intellettuale del film, la sua onestà conoscitiva; per altri è la sua freddezza che impedisce all’opera di toccare davvero. Personalmente sto più dalla prima parte — la freddezza qui è una scelta etica, non un difetto.
Il rischio dell’opera concettuale
Va detto: questo è un film che chiede molto. Non perché sia complicato a livello di trama (le singole storie sono lineari), ma perché chiede allo spettatore di leggere le connessioni, le rime interne, le citazioni invisibili al Decalogo originale. Chi non ha visto Kieślowski potrebbe ritrovarsi smarrito dopo la quarta o quinta storia, chiedendosi quale sia il filo. C’è un filo, ma non viene mai esplicitato. Va trovato. Farhadi sa che il pubblico oggi è meno paziente di quello degli anni Ottanta, e prende un rischio enorme: non concedere nulla.
Il direttore della fotografia Hossein Jafarian (collaboratore storico di Farhadi) lavora una palette di grigi-blu parigini che dialogano direttamente con il bianco-e-grigio polacco di Kieślowski (il DOP di allora era Slawomir Idziak). È un omaggio visivo che pochi noteranno ma che alza la statura del progetto. La colonna sonora di Karim Naghipour è invece più moderna, quasi minimalista, e si fa quasi sentire solo nei passaggi di raccordo.
Vale la pena?
Dipende da chi sei come spettatore. Se ami il cinema di Farhadi (“Il cliente”, “Tutti lo sanno”, “A Hero”), questo è il suo film più ambizioso e probabilmente quello che divide di più i fan. Se non hai mai visto Kieślowski, lo godrai a metà — alcune cose ti sfuggiranno necessariamente. Se cerchi un cinema di intrattenimento, salta. Se invece sei uno che ama uscire dal cinema con la testa piena di domande, fiondatevi: tre ore (sì, tre) che passano in modo strano, lente nella forma ma densissime nel contenuto.
Personalmente: 3.5 su 5 perché alcune storie funzionano meglio di altre, e la struttura mosaicale a volte zoppica quando una storia è meno interessante delle altre. Ma il progetto è ambizioso come pochi altri film visti a Cannes 79, e merita di essere visto. “Histoires parallèles” è al cinema dal 22 maggio 2026 in Italia, distribuito da Movies Inspired.



